mercoledì 8 aprile 2015

LA MIA VITA CON IL RUGBY

La cosa che amo della Domenica o del Sabato è che si gioca.
Aspettiamo insieme la Domenica tutta la settimana e quando arriva senti quel rumore nella pancia, quel fastidio, quella saliva che non sale.
La cosa che amo della Domenica e del sabato è che sono gli ultimi giorni della settimana, e te ne hai fatte di ogni. Ti sei vergognato, hai sbagliato, hai fatto cadere o sei caduto. Hai ascoltato cose che preferiresti morire piuttosto.
Ma poi non te ne frega niente.
Sono stupidaggini, come quello che stai facendo, rincorrere un pallone è da stupidi.
La vita fuori è triste, ma bisogna andare avanti e ogni tanto, guardarsi alle spalle per conoscere il proprio passato, ricordarsi di chi non c'è più o di chi abbiamo ignorato.
Allora correre dietro un pallone, passando indietro, puntando lo sguardo verso un infinito limitato di uomini come te, che non ti lasciano mai, allora non è più così stupido.
La cosa che amo della Domenica o del sabato, è che si parte tutti belli felici, carichi per giocare, per dimenticare un pochino, per staccare dal mondo, per fare in modo che quando si corra, si possa decollare.
Poi si torna sempre insieme, zitti perché esausti dalla fatica di dover portare sempre mezzo metro più avanti l'ovale, si torna con gli occhi lucidi e le ginocchia rosse.
Torniamo sempre con il sorriso, qualsiasi cosa sia successa, noi, abbiamo volato in campo.
Abbiamo lanciato tutti i nostri pensieri e ce ne siamo liberati.
Io amo la Domenica e il sabato, perché quando dopo aver giocato, si torna, si è sinceri con gli altri, ho visto più occhi sinceri in un ritorno in autobus che in un confessionale.
Siamo sinceri perché ci siamo accorti di essere umani, di sbagliare e di rimediare.
Siamo sinceri perché il sole è già un po' più basso di quando siamo partiti e nell'oscurità bisogna essere sinceri.
Ecco cosa fa il rugby, ti rende sincero, consapevole, libero.
Ti spiega un po' come gira la vita intorno.
Ti da una pacca, un abbraccio, uno sguardo e una spinta e poi ti dice:
“Vola, che tocca a te”:

venerdì 3 aprile 2015

CONFUSIONE VIAGGIANTE

Colon irritato e denti ingialliti dalle sigarette, sigarette fatte di fragole di bosco che qualcuno aveva comprato in un locale Africano, dove viveva un signore che aveva un lingua lunghissima e due mani giganti, con queste mani diceva di aver giocato a basket nella squadra più scarsa del nord Vietnam, dove era riuscito a riconquistare un pallone in un finale di partita tremendo, più del suono delle campane, che risuonavano in quel paese, ogni giorno alle ventitre, per dire alla gente di smettere di dormire, che era tardi ormai, che bisognava alzarsi a vivere un pochino.
Era un paese, che se guardavi dalla luna, era ruotato di trentatre gradi rispetto alla casa di un tizio Canadese che quel giorno aveva pensato di smettere di cercare la gente e di fermarsi, per essere cercato.
Purtroppo, poi nessuno lo cercò, se non il suo cane marrone con le orecchie in su, che ogni tanto sbavava su una cucina in legno, bellissima, perfetta perfino pere Don Frex, cuoco Franco-Tedesco di origini cinesi, che avrebbe compiuto gli anni il vent’uno novembre dell’anno dopo e avrebbe fatto una festa con duemila novecento ranocchi presi da un contadino olandese, ubriaco fradicio, che si vergognava della moglie e della figlia e un po’, anche di se stesso.
Tre giorni dopo la festa, sarebbero morti otto uomini in un campo di grano giallo dove aveva vissuto un piccolo uccellino con il becco viola e le ali, che nel vento, suonavano un musica dolce, un jazz lento, un blues veloce.
L’evoluzione avanzava ancora, le persone s’ammazzavano e le ragazze ridevano, le gonne si alzavano nel vento e gli uomini giocavano a pallone sugli alberi.
Il tempo passava e il mondo, con tutti i suoi mutamenti, tutte le sue stagioni, i suoi tempi, le sue emozioni, il suo inquinamento e la sua gigantesca immensità, con il suo onore spiccato e con i pettorali di fuori, continuava il suo giro intorno al sole, senza fermarsi, andando avanti per ore e ore.
Le persone senza accorgersene compievano viaggi e accumulavano ricordi, su valigie finte e volti che vorrebbero essere stati trasparenti.
La magia della natura che nonostante tutto stringeva i denti e sbocciava.
Poi ogni tanto, qualcuno tornava dalla continua frenesia e si sedeva su una sedia verde, mentre beveva un succo di mela che lasciava molto a desiderare.
Quelli che tornavano, tornavano dal loro viaggio, dalla loro vita, com’erano partiti, con gli occhiali da sole e i denti ingialliti, il volto stanco e le anche storte, le rughe si e le rughe no.
Si tornava perché, si torna sempre.
Lo capì il vecchio canadese, che vide ritornare, in un giorno di aprile, l’amore che aveva aspettato.
Il cane che volava tra gli angeli, volava perché tutti partono.
Quelli che tornavano, tornavano dal loro viaggio, dalla loro vita,  con le valigie rovinate e le foto appiccicate su pagine di diario scritte, con storie fatte e storie ancora bianche, perché ognuno, deve partire per la propria vita e poi tornare per ricordarsi degli altri.

giovedì 2 aprile 2015

INFINITO MODERNO

Sempre grandi furono i prati
E sconfinati, i luoghi di pace, che da tanti fiori eran macchiati
Dell'ultimo sguardo di quel mondo in pace
Mi ricordo l'amore nelle case.
Spazi ove correre e saltare senza paura del
Pensiero altrui, come colui che c'uccide.
Io paura ho come tutti, però
Ove vedo un bagliore di civiltà,
Mi si scalda l'anima e,
Vo con gli uccelli lassù
Nel cielo grande, e mi guardo il mondo innocente
Della sua bellezza e inconsapevole
Della sua potenza
Così, tra questa immensità blu, si perde il pensier mio:
E il vivere m'è dolce in questo mondo.

martedì 24 marzo 2015

MIO PADRE

Non definirlo supereroe potrebbe sembrare una cosa stupida.
Ecco, non ha mai saltato da un edificio all’altro, nemmeno sparato contro nemici verdi o mostri a otto zampe.
Nessuno l’ha disegnato, l’hanno solo immaginato.
Tanto tempo fa, era solo una stella nel cielo, adesso è carne sulla terra.
Dicono fosse più matto di me, dicono avesse la passione delle corse, come me.
Dicono costruisse cose strane con le mani, dicono vedesse lontano, un po’ oltre ai sogni.
Dicono sia mio padre, che rimarrà il mio esempio, la persona che seguirò tutta la vita.
La seguirò perché è il mio eroe.
È colui che mi ha regalato i fumetti, per farmi capire che nel mondo ci sono sempre i buoni a salvarti, ma mi ha anche detto che ero Spiderman per farmi capire che ogni tanto mi devo salvare da solo.
Mi ha portato in alto, fra le sue braccia per farmi sapere che bisogna vedere le cose da punti diversi, che da là è più bello osservare il mondo.
Abbiamo esultato insieme, a goal e impennate.
Abbiamo letto milioni di libri e ce li siamo raccontati per sapere il finale.
Abbiamo litigato per un idea, pianto per un errore, dal quale si poteva tornare indietro.
Mio padre non è ricco.
Non è nemmeno famoso.
Non fa l’attore o il calciatore.
Mio padre sporca la tavoletta e allaga il bagno quando fa la doccia.
Mio padre è come me, in fondo sono suo figlio.
Mio padre mi incanta quando mi parla della sua infanzia, quando mi dice delle cose che combinava con i suoi amici , delle cadute in bicicletta e dei polsi rotti a provare skateboard costruiti da loro.
Mi racconta dei palloni contro le porte dei garage e delle sgridate delle vicine.
Mio padre mi ha insegnato a comportarmi con la gente e ad accettare le differenze, mi ha insegnato a tenere in mano i coltelli e le forchette, a cucinare per sopravvivere e mi ha spiegato come girava il mondo, a modo suo, anche a come amare.
Mio padre ha la barba nera e un po’ bianca, ha la faccia che punge e gli occhi che sciolgono.
Mio padre è il mio migliore amico, con cui condivido i sogni di quando sarò grande.
È l’ideatore di favole strane, che raccontava a me e mia sorella prima di dormire, favole che non avevano mai una fine, che rimanevano nell’aria, farfugliate tra il sonno e la veglia.
Mio padre, mi ha fatto il regalo più grande che potessi desiderare: la Vita.
Mio padre mi sopporta in tutto quello che dico e che faccio.
Mi segue ovunque, in ogni dove, tra le mie partite e i sabati passati a correre in un parco, come avessimo cinque anni.
Mi ha detto che non importa se sei vestito firmato, anzi, lui non si veste bene, ma io credo che in questo modo, si riescano a enfatizzare i valori umani di una persona.
Che tu puoi avere milioni di euro e nemmeno un momento di vera felicità.
Che puoi avere due euro ed essere felice così.
Mio padre ama la musica, in particolare il jazz, che è la musica più nera che esista, che i bianchi non possono cantare, ma solo suonare. E lui la suona con il suo saxofono, a far vibrare i vetri e gocciolare gli occhi.
Mio padre io non me lo dimenticherò mai, rimarrà sempre in ogni suo piccolo gesto e difetto, nella mia memoria.
Con lui abbiamo fatto tutto e tutto c’è da fare.
Con lui non ho paura.
E quando un giorno diventerò padre anch’io, sarò per i miei figli, quello che lui è stato per me.
Non è perfetto, tutt’altro, ma cosa vuol dire perfetto?
Non esiste un modo per essere genitori perfetti, ma esistono milioni di modi per essere perfetti genitori.
Il primo di questi è la consapevolezza che tutto ciò che si fa, rimane indelebile dentro di noi e che bisogna avere cura dei propri ricordi, perché non tornano più.
Anche se il tempo passa, la faccia si invecchia, si invertono i ruoli e si gioca di meno, la vita, in tutte le sue piccole forme, continua a creare in noi, una sensazione di impotenza e di incredibile felicità.

venerdì 20 marzo 2015

TEATRO CHE RESPIRA

(SI APRE IL SIPARIO)

Qualche anno fa, mi capitò di incontrare un signore con una lunga barba bianca, che sedeva in un tavolino al bar.
Non so come si chiamasse.
Non so da dove venisse.
Lo osservavo sempre e da solo, si ripeteva sempre la solita frase: “C'è più gente che parla di gente, che gente che parla di sé”.
Era molto chiara la frase, siccome il contesto barriano. Parlava per forza dei discorsi delle vecchie signore e dei loro colleghi invecchiati bene o tremendamente male, senza vie di mezzo.
Lo evitavano tutti, ma mica potevi stare vicino a uno che parlava da solo e di tanto in tanto si pisciava addosso.
Il signore aveva sempre dei pantaloncini bianchi con una canottiera bianca, macchiata di terra.
Le spalle esili e fragili.
L'unica parte curata del suo corpo, si può dire fossero le sopracciglia, perché lui, ci teneva alle sopracciglia.
Un giorno, passando davanti al bar non resistetti e mi fermai.
“Un caffè signore?”
“Ragazzo, chiamami ragazzo”.
“Caffè...”
“Mi fa schifo il caffè”.
Discorso finito.
Così mi sedetti al tavolo di fronte lui.
Notai le scarpe, bianche, sporche di erba bagnata.
“Hai visto?”
Mi fece quello.
“Cosa?”
“Quanto è comoda quella sedia”.
Rispose, con lo sguardo fisso su un campanile.
Il vecchio tirò fuori un libro dalla canottiera e me lo porse con aria indifferente, sempre fisso con lo sguardo oltre a me.
“Sei la prima persona con cui parlo dopo cinquantotto anni e duecento sessantadue giorni.”.
“E perché?”
“Avevo finito le parole”
“Vedovo?”
“Magari...”
“E perché non parlavi?”
“Non meritavano di ascoltarmi”.
Insomma, la modestia quello, l'aveva lasciata a casa.
Così feci per andarmene, con l'espressione di un calciatore che non centra i pali.
“Non ti chiedi il perché non lo meritavano?”
Gridò mentre mi allontanavo. In un attimo eravamo come diventati uniti per qualcosa che solo noi due potevamo capire.
“Perché?”
E mi mostrò una vecchia polaroid scattata molti anni prima.
Era un angolo di cielo, in cui si intravedeva una nuvola.
“E allora?”
“Quel posto, è stato l'ultimo posto che ho visto prima che scoppiasse l'odio nel mondo”.
Mi disse con una lacrima di commozione arrabbiata.
“Prima del vietnam? Del 9/11? Dell'Afghanistan?
Chiesi io.
“Prima del diluvio universale”.
Rispose lui.
Mi lasciò da solo e andò via, di corsa, sulle scarpe bianche.

Sul tavolino era rimasto un biglietto che diceva: Barche a vela, barconi, yacht e arche. Tutto da Noè, il marinaio dei vostri sogni.
Non mi chiesi se fosse vero o no. Una pagliacciata o una gigantesca presa in giro.
Rimasi con il dubbio e la convinzione.
Rimasi lì io, per anni.
Mandai a cagare mia moglie e il lavoro.
Mandai a cagare tutti.
“Signore, signore si alzi di lì”.
“Mi fece il barista dopo sette anni che sedevo lì tutto il giorno, tutti i giorni.
“Sto superando un lutto”.
Risposi.
“Sua moglie? Sua madre? Condoglianze”.
“No, la civiltà perduta, le religioni finte e inventate e i soldi sporchi, i credo sbagliati e tutti i morti”.

(SI CHIUDE IL SIPARIO)

sabato 14 marzo 2015

CAMBIARE LO FANNO TUTTI

“Shhhh”
Voce dall'ultimo banco.
“Zitti!”
Voce dalla cattedra.
“Io?!”
Risposta dal primo banco.
Sospiro dalla cattedra.
Quante storie passate per quei legni duri, rettangolari, con gambe in ferro.
É ancora presto per cambiare, calmati, rilassati ragazzo.
Crescerai anche te.
Adesso scrivi, trovati un pallone e gioca, metti da parte le tue idee di cambiamento.
Il futuro è qualcosa di vecchio, vai con calma.
Non avrai fretta di vivere vero?
Ricordati ti prego …
“Cosa stai facendo?”
“Niente!!”
“Appunto!”
Quanta storia passata per quei muri.
Ora il tempo è meno, ma non hai sprecato un secondo della tua gioventù.
Hai fatto tante cose, hai vissuto grandi momenti, emozioni strane.
“Via quelle cerbottane!!”
“Ma anche lui prof!”
Le sere sono calde ormai, il freddo dell'inverno è passato.
La scuola è sul traguardo.
Vuoi veramente crescere così in fretta? Ti sembrano così felici i grandi?
Non cambiare in fretta, se sarai piccolo ci sarà qualcuno a proteggerti, da grande sarai tu a proteggere.
Guarda fuori dalla finestra se non hai idee.
Disegna qualcosa.
Corri, buttati per terra, salta, vai sulle altalene, infangati, ridi, ma non cambiare così.
SeI già troppo alto … abbassati … stai calmo e scoppia dei palloncini.
Spacca il profumo e rovescia armadi.
Sporca le scarpe camminando e fai le gare in bici.
Rompiti le braccia, perché 'sti adulti ci stanno troppo attenti e poi piangono.
Rovesciati la maglia e bagnati i capelli.
Senti il profumo d'estate?
Non è questa l'estate per volare!

venerdì 6 marzo 2015

BIANCA E ADAMO

In troppi, avete perso la capacità di ascoltare, raccontare e scrivere favole o fiabe.
Le tralasciate, perché vi credete troppo grandi. Ma non dimenticate, che la vita non è diversa da una favola raccontata a voce alta. Prendete i vostri figli, qualsiasi età abbiano, i vostri genitori e i vostri mariti, le vostre mogli o nonni , fidanzate o fidanzati, fratelli, sorelle o fratellastri e raccontatevi storie belle, vere o false, tristi o felici, ma credeteci in quelle storie.
Io non corro il rischio di scordarmi di farlo, perché io sono una favola, o meglio, il nano di Biancaneve e vi racconterò come andarono veramente le cose.
Ora, la madre di Bianca puretta morì durante il parto e la piccola fu affidata ad una matrigna, che era la sua unica figura femminile.
Lei non era come dicono quei due Grimm, lei era buona con Neve, buonissima.
Purtroppo un cacciatore affamato di carne giovane e alla ricerca di nuove specie da uccidere, le dava la caccia.
La matrigna, accompagnò quindi da noi la piccola Neve.
Noi e la seconda moglie del re, eravamo molto amici e avrebbe sempre potuto contare su noi nani.
Neve crebbe sotto la nostra custodia, la accudivamo come si accudisce un angelo, la curavamo come si cura il fiore più bello della terra.
Lei, con quei capelli neri e il volto che rideva, era il nostro motivo per alzarci.
Ci aiutava nel prato e giocavamo insieme, raccoglievamo fiori e cantavamo canzoni.
Tra l'altro Bianca, che non aveva molti difetti, era però veramente molto stonata.
Un giorno Bianca, conobbe un bel principe, si chiamava Adamo.
Loro due erano davvero innamorati e passarono anni stupendi, tra risate, baci, litigate e canzoni stonate.
Un giorno però, quando noi non la sorvegliavamo di nascosto, Bianca e Adamo mangiarono una mela di un albero, sul quale il cartello appiccicato, vietava il consumo.
Da dietro ad una siepe, uscì il cacciatore, che sparò ad entrambi.
Erano sanguinanti. A terra.
Non avevano rispettato un piccolo divieto.
Il re e la matrigna, informati d noi, dell'accaduto, incaricarono i due migliori giustizieri, Robin e John, di catturare il tremendo cacciatore.
I corpi dei due intanto, erano stati messi dentro ad una cassa di vetro, l'uno accanto all'altro.
Il giorno della cattura, combaciava con quello dei funerali e tutto il reame era presente.
Perfino quell'uomo senza anima, in manette, al sole, vide con la coda dell'occhio i due giovani morti.
Allora il suo cuore si sciolse un po' e una lacrima cadde a terra, poi una seconda.
Si era punito da solo piangendo e aveva risvegliato i due innamorati, adesso, tornati a respirare, credere e sognare.
Il cacciatore aveva spremuto la propria anima, per donarla a coloro a cui l'aveva tolta.
Dopo aver ucciso, aveva ridato la vita. Così si stese e in pochi secondi scomparì nel terreno.
Ora Bianca e il principe, vivono nella loro piccola casa, in cima ad una collina.
Non chiedetemi l'età che hanno perchè non so nemmeno la mia. Comunque, noi nani ci siamo separati, ognuno per la sua strada. Ci ritroviamo tre o quattro volte all'anno, nella nostra vecchia casa di bosco, per ricordare quello che tutti hanno dimenticato

venerdì 27 febbraio 2015

UN QUADRO UN PO' VIVO

Un piccolo gambero rosso correva nella sua acqua, aveva due anni e la boccia di vetro della sala, era incredibilmente lucida e pulita. L’acqua, semplicemente poteva sembrare non esistesse, se non si guardava bene, e ad un certo livello, si osservava la maniglia della porta tremante.
Le pareti di colore verde e rosa coprivano cucina e salotto, le porte marroni avevano una bella serratura oro.
La maniglia color ottone apriva le porte delle belle stanze arredate con mobili della nonna e pizzi bianchi.
Il pavimento di legno scricchiolava su alcuni punti, ma in fondo non era molto vecchio.
La luce era di quelle luci con cui si scriveva nei  vecchi bar, luci calde, che ti facevano venire voglia di pensare tanto bene sulle cose.
La famiglia le aveva scelte perché le luci cambiavano le giornate, si vedeva tutto in un modo più bello.
I colori dei divani, dei tavoli, dei quadri, erano colori veri, caldi.
Erano veri perché riuscivano a dire cose. Erano veri, perché non riuscivano a essere descritti.
Al gambero piacevano molto quei colori e ogni tanto faceva un salto fuori dal suo habitat, per vedere com’era là fuori.
In questa casa vivevano un padre con la pelle bianca e incredibilmente elegante.
Una madre con i capelli mori e la pelle molto chiara e la gonna sopra le ginocchia.
Un figlio con la camicia sporca di terra e gli occhiali tondi.
Una figlia con due denti caduti, cinque anni di aria dentro i polmoni e un fiocchetto rosso sui capelli biondi.
Pelle chiara.
La pentola a vapore sbuffava due volte al giorno e cetrioli e noccioline, patatine e olive, rimanevano ordinati e contati dentro a piccole ciotole in terra cotta.
Ordinata era tutta la casa.
Ordinata era la loro vita.
Veri erano i loro colori, i loro sentimenti.
Quella casa fresca che dava su un parco verde, quelle persone belle, tutto era come dentro uno di quei vecchi quadri. Erano come un quadro cubista, o come la vita, ordinato e preciso nelle sue forme ma completamente in confusione dentro le pennellate dell’anima.

venerdì 20 febbraio 2015

CHE SETTIMANA!


Che vita, penserei ad una maratona se la dovessi paragonare.
Ora, sostanzialmente le mie giornate si basano semplicemente sulla scuola, ma poi, impegni e imprevisti mi trasportano dentro al mare del caos, dentro ad una vita, molto più , che interessante
Il lunedì comincia ovviamente nel peggiore dei modi, per tutti gli uomini credo, che siano rimasti a guardare la partita del giorno prima, e qui rimpiango tanto la mia nonna che mi dice:”La notte leoni e la mattina coglioni!”
E lei lo sa, ma io insomma, la ignoro sempre.
Così, quando suona la sveglia, non ne posso già più, mi arrabbio e mi chiedo perché non sono andato a letto prima, ma poi faccio tardi, mangio di fretta quattro biscotti e scappo a scuola.
A questo punto, non sopporto sicuramente la battutina del compagno all’entrata, che non sa che sta giocando con un carro armato pieno di dinamite.
I miei lunedì pomeriggi, sono tutti uguali.
Continuo a studiare e ad invitare gente che, purtroppo alle sei e mezza di sera sta ancora studiando scienze, così la smetto e mi vado a dormire presto, con un po’ di nervoso che mi sale da dentro e piano piano diventa sonno.
Il martedì non è proprio il meglio, con giornata di scuola tra italiano, algebra e flauti che suonano ovunque, il pomeriggio, dopo essermi studiato per il giorno dopo X, Y, A, B, C e non averci capito niente, prendo su con tanta voglia e mi vado a fare picchiare a rugby.
La sera, dura poco. Ingoio frettolosamente qualcosa e via. Rimango deluso dal fatto che non ci sia la Champions
Mercoledì comincia con due mazzate di ore di matematica, che insomma, era meglio scappare in Palestina ma alla fine, alla fine mi piace, mi appassiono un po’, mi diverto a fare esercizi e poi, poi mi becco il tuo solito cinque di distrazione.
La sera torno a farmi picchiare e rimango deluso che non ci sia la Champions.
Il giovedì, credo di essere un segretario in un grande Hotel.
Dopo sei ore di scuola, che se devo dirla tutta, non mi dispiace, provo a recitare, sempre dentro al mio istituto.
Ogni tanto chiamo il mio amico, Depp, Jhonnyno, che mi dà due o tre consigli.
Successivamente, mi diletto, nell’attività produttiva di toccare la chitarra, in modo ovviamente indecente.
La sera, la Tv con i suoi programmi mi rapisce.
Il venerdì comincia sempre benissimo, carico per il week-end, durante la giornata ti capitano sfighe tremende, o ti guardi allo specchio e piangi.
Alla fine però è venerdì e tutto passa.
Forse capita perfino di incontrare qualcuno verso le quattro, magari, fa un intervallo e corre da me per poi tornare a studiare scienze.
La sera mi vado a far dare delle altre botte, che poi sono botte accarezzate, nel senso che non c’è niente di più bello.
La sera arrivo a casa carico. Rimango deluso dal fatto che non ci sia un anticipo interessante e infine mi addormento fin troppo presto.
Sabato, vedo qualcuno, studio (il giusto, è sabato!) poi la sera giù di cinema o cena tra amici oppure, me ne sto bello soletto ad ascoltare un po’ di musica, ma in questo caso, il sabato sera da solo, sinceramente, mi girano per bene li amichetti.
Domenica, comincia con l’ansia per il lunedì, se non ho giocato sabato la partita di rugby, si fa Domenica e ogni partita è una bella festa, che si vinca o che si perda.
È sempre una bella emozione, in casa o in giro per il mondo.
La sera, rifaccio la stessa mossa della Domenica precedente e mi guardo un bel posticipo, magari dopo essere uscito con alcuni studiosi di scienze.
Così finisce la settimana e si ricomincia.
Si affrontano imprevisti e colpi di scena, si va avanti un po’ zoppi a volte, cose che la scienza non sa spiegare … si va avanti belli eretti, a guardare tutto, come si guarda un film di Stanlio e Olio

venerdì 13 febbraio 2015

QUA TUTTO BENE...


John John aveva vissuto novantesei anni, due mesi, quattro giorni, diciotto ore, cinquantaquattro minuti e tre secondi.
Adesso se ne stava, freddo e bianco dentro una cassa di legno e al suo funerale si trovava mezza città.
Lo conoscevano tutti. Era stato il maestro dei giovani e dei vecchi.
Sua moglie era in prima fila con gli occhiali da sole e una gonnellina di fiori rosa.
Era stato sindaco della città trentatre anni, aveva scritto quarantadue libri, ed era amato, amato davvero.
Adesso se ne stava lì e finalmente, per un attimo riusciva a stare fermo.
La sala della chiesa era piena che non ci si entrava.
Il prete prese in mano un foglio e si mise a leggere:
“La triste verità dei fatti, amici, parenti e conoscenti, è che non credo mi mancherete, ho passato con voi molto tempo e poi, con i miei amici, ci si rivedrà tra poco no?
Ehi Gigi, t’ho visto che ti sei toccato và, non c’è mai stato ferro in quel punto,tranquillizzati e siediti.
Sapete, alcuni mi hanno chiesto cosa mi mancherà, se i soldi, la mia casa, gli amici, i nipoti, i figli o libri e penne.
Ma, ecco, le cose che mi mancheranno davvero, sono queste qui elencate e mi raccomando Don Coso, leggi bene che m‘incazzo anche da qua.
Mi mancherà:
Il muco che mi cola dal naso, fin sulla camicia per poi farmi urlare pesanti parole, da uomo poco educato.
Un calcio negli stinchi dato o ricevuto.
Una birra fresca l’otto di Agosto.
Una linguaccia a chi non sopporto.
Una bella donna con la gonna corta.
Una chitarra non accordata.
Mi mancherà il profumo dei sigari.
Mi mancheranno i miei cani.
Le storie che potevo raccontarvi, quelle mancheranno a voi.
Prendere il giornale e leggere la metà degli articoli.
Esultare a una sconfitta.
Calciare le pigne in strada.
Mi mancherà più di tutti, mia moglie.
Mi mancheranno le televisioni ruba tempo.
Mi mancherà tutto, ma soprattutto queste cose e queste persone.
Chi non si è sentito nominare, quindi tutti, sappiano che tutte queste cose io, le ho fatte con voi. Mi avete donato un po’ di vita, di attimi che mi mancheranno.
Adesso è un funerale troppo lungo e so che è domenica, verso le due.
Conoscendo i miei amici, staranno, anche se lo nascondono, scalpitando per andare a vedere le corse.
Andate, andate.
Ci vediamo tra poco, l’ho già detto.
Vorrò bene a tutti, anche da qui, ma soprattutto, soprattutto a Tonnino, il mio pesce rosso, che mi ha visto in mille vesti e non mi ha mai detto niente.
Buona Domenica Grazia, amore mio, buona Domenica a tutti, sono quassù, quaggiù, che ne so dove sono. So che si vede tutto però..."

sabato 7 febbraio 2015

DELIRIO A SCACCHI

Io bianco.
Lui nero.
Io destra.
Lui sinistra.
Le nostre mani tremano. Siamo pronti. La testa fissa sulla scacchiera. Non sento niente.
Vuoto intorno a me. Prendo il primo pezzo in mano, mi scivola sulla casella sbagliata. Con aria indispettita il mio avversario mi fa un cenno del capo, posso rifare sistemare dove avevo pensato.
Sudo, la fronte è bagnata.
Sta faccia da carciofo che ho davanti alza il sopracciglio e apre in modo strano. Con l’alfiere. Saltando i pezzi.
 Allora faccio obiezione, ma mi fa capire con gli occhi, che mi aveva permesso di rifare.
Allora decido di vincere la partita, apro di due caselle il pedone davanti al re.
Lui prende la sua regina e mi dà scacco, la regina non poteva stare lì, ma va bene, ha già saltato due pezzi ma lo lascio fare, vincerò comunque.
Muovo la mia di regina, ancora senza figlia, e mangio l’alfiere.
Lui guarda arrabbiato la scacchiera.
Prende la mia regina e se la infila in bocca.
Io lo guardo stranito, come si guarda una principessa ruttare.
Porca miseria, bisognerebbe introdurre la principessa negli scacchi.
Sarebbe bello avere una bella principessa tutta per sé.
Non importa se rutta, sarebbe stupenda, una bella principessa bianca o nera, che sta lì e non ti dice niente.
Potresti amarla magari … chi lo sa.
Prendo i miei pezzi e muovo tutti avanti di una casella.
Lui arrocca con due torri.
Il suo re si sposa la mia regina.
L’alfiere nero, scopre che suo fratello, quello che non vedeva da anni era bianco.
I pedoni si scazzottano un po’ ma poi si stringono le mani.
Cerco ancora la mia principessa.
I cavalli tornano liberi in prateria.
Voglio la mia principessa, bionda, la voglio bionda, non molto alta, con due occhi normali.
Voglio la mia principessa.
Dove sei principessa?
Il mio avversario, con cui ormai abbiamo fondato un regno di pace, mi stringe la mano e si alza dalla sedia, lasciando su una casella nera la testa della mia regina.
Allora ancora guerriglia, ma intervengono bene i fratelli alfieri a mettere la pace.
Presi la testa della defunta regina bianca e la incollai sopra un pedone bianco.
Ecco la mia principessa,con un vestito nuziale e i capelli biondi, pronta a sposarmi.
Occuperà la casella tra il re e la regina, dovrò allargare la scacchiera.
Ecco la mia principessa.

sabato 31 gennaio 2015

MUSICHETTA MALEDETTA

NON SEDERSI. VERNICE FRESCA.
Mi sedetti.
Mi sporcai.
Mi arrabbiai e alla fine rimasi lì.
Tanto, ero tutto vestito di bianco e non se ne sarebbe accorto nessuno che mi ero sporcato di verde.
Estrassi una sigaretta che era meglio.
Avevo appena comprato tutto però.
Rabbia di nuovo.
Erano gli abiti per il matrimonio di mia sorella.
Nuovi di due ore. Eh va beh, sarei sopravvissuto.
La sigaretta faceva schifo.
Sembrava fosse piena di carciofi. Era così infatti, avevo sbagliato pacchetto, il buon vecchio tabacco... sarà da riempirla di carciofi?
La mia mente viene attirata da una bella ragazza in fondo al viale, a tre metri da me, è china a raccogliere qualcosa.
Mi avvicino per aiutarla ed ecco che la sua faccia mi si piazza davanti.
Non avevo mai visto niente di così brutto. Cominciai a correre, direzione casa, corsi veloce, macchiato di verde.
Davanti al vecchio portone di legno del mio condominio, ero in una pozza di sudore.
Avevo corso per quindici chilometri e la moto era rimasta al parco.
Clicco il terzo piano e mi innalzo verso il mio piccolo e modesto appartamento.
Le chiavi di casa..?. dentro al motorino certo!
Così mi siedo con la porta alle spalle.
Passa la mia vicina di casa e mi tira anche due euro di elemosina.
Comincio a piangere. Tipo bimbo piccolo,piango tanto, piango come non avevo mai pianto.
Ma non piansi per i vestiti o le chiavi o il mostro o i carciofi.
Piansi perché non sentivo più la musica allegra che avevo sentito fino a quel giorno, quella musichetta che mi accompagnava ovunque, quella della fortuna.
Così presi su tutto, o meglio, niente e partii, alla ricerca di quella musichetta felice, quella che non si trovava tra una cartina o in una sella o su una panchina.
Ma quella che si trovava nelle poesie dei poeti, nei dipinti dei pittori.
Partii per una città lontana, per capire dove iniziasse quella musica, dove era finita e per riprendermela.
Partii anche alla ricerca, di un abito nuovo.

lunedì 26 gennaio 2015

L'ULTIMO SGUARDO DI LUI

Erano tanti anni ormai che la spina, un po’ di corrente, nutriva il cuore e le vene di quel giovane, steso, su un letto.
Non provava più niente, se non
Quanto fosse duro continuare così.
L’ultima volta che lo vidi, aveva lo sguardo oltre un lago blu, blu come gli occhi di un drago, come una gemma preziosa.
Era un lago talmente grande, che i suoi occhi si erano persi nell’acqua, a giocare con cinque pesci rossi e fare le capriole.
Era un lago talmente profondo, che lì, lui, aveva compreso il significato della sua vita.
Era talmente calmo, che poteva scriverci sopra, poteva usare quell’acqua come scrivania, come tavolo, come passerella per raggiungere le montagne bianche e verdi che lo circondavano.
Non poteva però usarlo come specchio, perché l’ultima volta che lo vidi, aveva il volto rovinato, il corpo scarno, lo sguardo vuoto, ma se guardavi bene, era più uno sguardo felice, forse …
Il cielo, era rosso, rosa direi, ma era anche azzurro e in un angolo anche blu come il lago.
Dal riflesso si vedeva che stava finendo la giornata. Ormai il sole stava tramontando.
La sera era vicina, ormai stava passando.
Il suo sguardo era qualcosa che non si vede mai.
Era uno sguardo che diceva tante cose, che però non sono facili da capire.
C’era tanta di quella bellezza gioia e magia che faceva tremare. anche l’acqua di quel calmo lago blu.
Blu come la notte.
Lui era coperto da un grande cappotto di lana ed era in piedi accanto a me, era immobile.
Non l’avevo mai visto così felice.
E fui commosso nel sapere che io c’ero.
Ed ero lì.
Con lui.
E ci stringevamo la mano.
Per far sapere al mondo.
Quanto bene ci volevamo.
E stavamo lì, con la neve che cadeva troppo forte sulle nostre teste.
Ma non ci spostavamo.
Purtroppo qualcuno, lo vide e ne fu geloso.
Qualcuno lo richiamò a se, ma lui non fu d’accordo e adesso è lì che strattona per non essere rapito, almeno per ancora un po’ di tempo, per rimanere qui, con me.
L’amico mio ora sta morendo?
No,sta lottando.
Sta lottando per far sapere al mondo il bene che gli vuole.

martedì 20 gennaio 2015

IL RE NEL REGNO FALSO

C’era una volta, in un paese lontano, un castello, governato da un grande Re.
Uno di quei Re, davvero grandi.
Era un grande Re, di quelli che non combattono ma trattano, ma mica codardo, un eroe come dire.
In questo regno, c’era un enorme giardino, pieno di cespugli, ognuno con sopra cento rose.
Di qualsiasi colore, ma cento rose, lì, belle, stupende, che erano lì da mille anni e altrettanti sarebbero rimasti.
Erano strane, se le guardavi bene, potevano perfino sembrare vive.
Dicevi quasi: “Guardale negli occhi e digli cosa c’è che non va!”
Da mille anni, a curarle e mantenerle era un vecchio, ma da sempre vecchio giardiniere.
Un uomo che sembrava sempre sull’orlo di una crisi di nervi, un uomo sempre un po’ triste, che trascinava i piedi.
Un uomo per bene, curato e ben vestito.
Il Re lo considerava un grande Uomo, dopo tutto quello che aveva fatto per il castello.
Un giorno, il Re, decise che poteva smettere di lavorare e avrebbe ricevuto, dato il suo impegno e la sua costanza, una grande ricompensa, gli chiese, davanti a tutti:
“Che cosa ti piacerebbe avere, come simbolo di eterno ringraziamento?”
“Io vorrei…”
E il Re lo interruppe.
“Dell’oro? Ti porto tutta una montagna d’oro, anche due se vuoi!”
“No ma io…”
“Tre montagne tutte tue, più una bella proprietà sul lago!”
“Io veramente…”
“Dieci montagne e cento donne!”
“No, no, io chiedo …”
“... E te chiedi e chiedi, ma in fondo hai solo curato delle rose!!”
Gridò spazientito il Re, non gli capitava mai di gridare al Re.
Allora il povero giardiniere chinò il capo e con un filo di voce disse:
“Vorrei qualcosa che ho visto, voi non mi potete dare!”
“Cosa? Io ho tutto! E do tutto a tutti!”
“Lei è un bravo Re? O forse è solo falso? Lei dice niente guerre, ma poi manda i bambini ad ammzzarsi eh!
Altro che scomparsi per via di un rapitore.
Io li vedo i bambini con le spade,a caricare cannoni e sfracellarsi a vicenda, io lo so come vanno queste cose, è mille anni che le sue guardie mi dicono di tacere, perché altrimenti morirei.
Bravo Re, davvero un bravo Re, che sfrutta i germogli del domani.
Vuole sapere cosa vorrei?
Vorrei un po’ di amore, di bene, però cose vere e il suo amore, non è mai stato vero“.
Il giardiniere si allontanò, tra il silenzio della platea, con nasi lunghi e seni rifatti.

martedì 13 gennaio 2015

DIFFERENZE UMANE

La vecchia non aveva più nemmeno un dente e sedeva al tavolo mangiando solo libri e parole.
Il giovane sedeva al tavolo, si riempiva di cibo e poi uccideva per avere rispetto.
La vecchia otteneva rispetto per quello che scriveva.
Il giovane era disprezzato per tutto quello che mangiava e ancora voleva.
La vecchia sapeva ancora credere in Dio.
Il giovane diceva soltanto di crederci.
La vecchia pregava che non ci fossero disastri.
Il giovane pregava di non essere scoperto.
La vecchia accettava quello che succedeva e aspettava che la vita si facesse vedere.
Il giovane stava fermo a provocare morte.
La vecchia amava suo figlio.
Il giovane il figlio lo aveva venduto.
La vecchia non aveva forza ne in corpo ne in gola e poteva solo scrivere.
Il giovane urlava cose false e picchiava chi non ci credeva.
La vecchia cucinava cento polli per tutto il quartiere.
Il giovane cucinava cento polli per lui.
La vecchia beveva illusioni e sogni.
Il giovane non conosceva ne illusioni ne sogni.
La vecchia denunciava la criminalità.
Il giovane denunciava la vecchia perché diceva la verità.
La vecchia era innamorata di suo marito e della vita.
Il giovane la moglie la picchiava ed era pronto a morire pur di avere ragione.
La vecchia era pronta a morire per far conoscere.
Il giovane era pronto ad uccidere perché nessuno conoscesse.
La vecchia regalava baci e auguri.
Il giovane comprava baci in strada e malediceva qualunque augurio.
La vecchia era ancora viva.
Il giovane era ancora vivo.
Il giovane uccise la vecchia.
La vecchia morì.
Milioni di giovani nacquero dal grembo della vecchia.
Il giovane esplose.
Alcuni giovani morirono.
Dal grembo dei morti nacquero i nipoti della vecchia.
Così il giovane fu sconfitto, ma quanto sangue fu versato, quando l’unica cosa da fare era difendere la propria idea, con un po’ di inchiostro e una penna.









martedì 6 gennaio 2015

DEDICA D'AMORE

Dedicato a chi non si cava mai dai guai.
Dedicato a chi non riesce a non trovarli, a chi li cerca, a chi vorrebbe starne fuori.
A chi sbaglia sempre, chi combina errori irrimediabili e a chi non si arrende davanti a nulla.
A chi muore, chi ride, chi rinasce.
Dedicato a chi sa ancora sognare. A chi ha ancora la possibilità di vivere. A chi ha il coraggio di innamorarsi.
Dedicato a chi canta stonato, a chi azzecca tutte le note. Dedicato a chi sbaglia la vita. A chi butta via grandi occasioni.
Dedicato a chi riesce ad essere perfetto nel suo lavoro e un disastro in famiglia.
Dedicato ai sognatori, a chi ogni mattina scrive poesie, a chi prega Dio, a chi non crede, a chi ha troppa fede, a chi interpreta male.
Dedicato a chi ama il vero, a chi ama il falso. A chi non si vuole svegliare, a chi si è svegliato troppo presto.
Dedicato a chi piange, a chi soffre, a chi abbraccia e a chi si difende.
Dedicato a chi ancora non capisce come gira il mondo, a chi è consapevole della propria stupidità.
Dedicato a tutti, a nessuno, a loro, a noi, a te, a voi a me.
Dedicato a chi ha il coraggio di dire le cose in faccia, a chi invece tremano le gambe, a chi dice non è niente.
Dedicato a chi ha la fame negli occhi, a chi brucia dentro, a chi ama il prossimo.
Dedicato a chi corre forte, a chi non si vuole fermare mai, a chi ha il fiatone.
A tutti, questi, voglio dire di amarsi.
Amiamoci, amate, è l’unica soluzione per questo mondo. È l’unico modo di uscire dal male.
L’amore è una serie di emozioni, come una raccolta di canzoni. C’è la canzone triste e il litigio e poi c’è la canzone di speranza. Non si riesce ad andare avanti se non si ama e questo mondo ha bisogno solo di amore, che è la soluzione ad ogni problema. Non si può più stare fermi a guardare la propria vita. Bisogna entrarci, entrateci con l’amore.

martedì 30 dicembre 2014

COMINCIAMO E RICOMINCIATE

Non eravate voi, quelli di: “Voglio una vita spericolata”?
Quelli della musica dance, del rock, delle grandi canzoni romantiche, del folk.
Quelli ubriachi ai concerti, quelli sempre eleganti, quelli che leggevano milioni di libri, che volevano cambiare il mondo.
Eravate voi si, lo so, quelli delle gite allo stadio, degli esami e delle notti insonne.
Dei musei più belli, dei viaggi nel mondo, delle moto grosse e dei vestiti corti.
Eravate voi che dicevate di voler vivere in modo esagerato, rispettosi di tutto però, senza casini.
Quelli in piedi sul divano a cantare e urlare, quelli dell’Italia campione del mondo, dei balli di scuola, dei compagni morti di overdose e dei compagni laureati.
Voi dei grandi amori e delle grandi passioni. Dei Chicago e dei Lakers.
Quelli della Ferrari migliore di sempre, delle grandi gare, di campioni delle due ruote.
Eravate voi che avete assistito a attentati e guerre.
Che avete davvero vissuto esageratamente come Steve Mc Queen.
Adesso, siete coinvolti in questo mondo che ha come base l’avanzamento tecnologico.
Siete e siamo seduti sempre con un telefono in mano a mettere like e condividere cose non importanti, quando abbiamo un mondo da scoprire.
Condividiamo la cultura, le idee e le pubblicità si, condividiamo tutto quello che ci può essere davvero utile, ma poi usciamo di casa e dobbiamo, noi cominciare e voi ricominciare, a vivere davvero, a vivere come vogliamo, a non stare davanti a un monitor ad annoiarsi.
Cominciamo a riempire pagine di poesie e racconti e poi leggiamoli ad alta voce ai nostri figli.
Stiamo con loro. Viviamo ogni giorno come se fosse l’ultimo, frase banale ma è così, perché tra un anno, tra un mese, un giorno, potremo non sentire più niente, non correre. Oppure correre più veloce o sentire meglio.
Liberiamoci un po’ dalla tecnologia e dal nostro riempirci di stupide cose.
Viviamo il mondo che c’è fuori.

lunedì 29 dicembre 2014

NOI SIAMO COSì

Erano quelle notti insonne che non ci permettevano di essere pronti il giorno dopo.
Quelle notti passate tra strazianti lacrime e tristezza che ci lacerava i cuori affranti.
Erano le notti in cui scoprivamo della morte delle nostri madri, dei nostri padri, dei nostri fratelli.
Erano notti buie più di qualunque tenebra.
Erano cose che non puoi nemmeno raccontare se non ti hanno sfiorato.
Era l’amore che ti salutava e volava via.
Era la vita che si sbriciolava piano piano e che finiva il suo ciclo.
Ma noi non capivamo perché. Perché debbano succedere follie simili a esseri umani.
Perché forse dovevano insegnarci che nella vita non è tutto una dolce storia.
Che esiste il lato oscuro di ogni cosa anche se noi non vogliamo vederlo. Che la metà del cervello che non funziona è quella della morte e della concezione dell‘infinito.
Troppo spesso però abbiamo paura della morte, quando la cosa più pericolosa è nascere.
Ma è dovuto a noi, possiamo decidere, siamo consapevoli che nella vita esiste la sofferenza, che deriva dall’amore e dall’importanza che si da alle persone e dai legami che hanno tra di loro uomini, donne e esseri umani.
 Penseremo che quando si diventerà concime non sapremo più chi siamo.
Che quando ci scioglieremo nel fango saremo stati inutili.
Quando non sentiremo più niente allora ogni carezza data e ricevuta sarà stata vana.
Ma non è così, è che prima di una grande sofferenza c’è stato tanto di quell’amore che arginerà tutta la sofferenza presente dentro di noi. Che ci permetterà di rinascere nei ricordi di chi ha lasciato il proprio corpo per diventare energia. Per liberarsi dalla carne e diventare anima.
Siamo anime dentro a corpi. Siamo energie che amano e che soffrono. Siamo la forma più complessa di vita.
Siamo esseri umani e nessuno ci toglie dal compito, se non noi stessi con brutali atti, di andare avanti a respirare e riuscire a pensare che tutto sarà ogni giorno meglio, quando invece si riesce solo a sprofondare nella memoria che taglia più di mille vetri rotti.
Ma arriverà, arriverà il giorno in cui apriremo la finestra, fuori ci sarà un profumo di rose e allora, al posto di mille lacrime ne scenderà una sola che ci dirà che esistiamo ancora, che qualcuno che non possiamo toccare, ci sta proteggendo.

mercoledì 24 dicembre 2014

IL NATALE DELL'ANZIANO

Era una notte  buia e tempestosa, molte notti erano state buie e tempestose.
L’uomo seduto alla scrivania con in bocca l’ultima Marlboro del pacchetto, odiava le notti buie e tempestose, ma in fondo lo diceva e basta, perché stava bene quella sera.
La finestra cominciò a trasmettere l’acqua che intanto si era trasformata in neve leggera che cadeva a terra senza nemmeno fare rumore.
La candela davanti a lui era ormai finita i suoi occhi aspettavano che la porta potesse aprirsi.
Nessuna gioia e nessun dolore lo persuadevano. Solo una grande voglia e un impaziente attesa.
Si alzò e lentamente si sedette al pianoforte.
L’aria si era vestita di un suono dolce che vibrava fra le pareti della modesta casa, gli occhi commossi con lo sguardo su quella vecchia foto di sua moglie, un immagine ferma lì da almeno cinquant’anni ma che si rianimava ogni qual volta lui ci pensasse.
La stanza era buia, nemmeno una piccola fiammella o un po’ di cenere erano rimasti accesi.
Tutto era fermo tranne le anziane dita che toccavano il nero e il bianco e i piedi che si muovevano adagio sui pedali, quasi a essere in macchina.
Ormai la schiena non permetteva più di guidare, era bello un tempo essere liberi di andare.
Forse però, gli venne in mente in quella sera di Natale, il decimo senza la sua amata Rosa, che lui era ancora libero e mai era stato davvero così libero.
Voleva trovare un senso a questi suoi pensieri. Erano forse solo utopie o cose per farti credere in te stesso. Forse erano patetici frasi lette o scritte, erano cose che non potevi avere.
Non si sentiva male, stava bene, seduto al pianoforte con le mani giunte e lo sguardo basso a pregare, mentre fuori la neve cadeva a nastri che cospargevano di pace e innocenza l’intera città.
Si sentivano voci lontane, provenienti da qualche bambino che alla luce della luna e dei lampioni si rotolava nella neve.
Ecco che qualcosa entrò nella porta e la testa si girò verso l’uscio. Non c’era nessuno, era solo il vento che toccava la pelle dell’anziano signore e lo faceva credere in cima al mondo.
Era il vento mandatoda chissà da chi, era il vento che gli diceva di venire, di provare a volare, di seguirlo e così lui fece.
Con quel sorriso che aveva avuto fin dal primo respiro e quella camminata impacciata, il vecchio si buttò nel vento per volare via con lui, con la sua musica, con le voci, le lacrime, le preghiere. Per volare, almeno con la mente in quella notte speciale da lei che se ne stava lassù e da Lui che gli aveva insegnato ad amare.






mercoledì 17 dicembre 2014

LA NASCITA DEL MONDO

Era seduto su uno sgabello e stava cantando.
Vi giuro che stava cantando.
Probabilmente parole senza senso, lì con la sua chitarra che cantava seduto su uno sgabello in legno.
Aveva davanti a sé l’amore e dietro brutali ricordi.
Solo allo sguardo di ciò che vide si rese conto di essere vivo.
Era vivo ma non aveva ancora vissuto.
Guardava ciò che aveva di fronte e mentre cantava, per ogni parola una lacrima e un singhiozzo.
Il suo sorriso era lì. Quello che guardava doveva proprio avere due occhi che commuovevano e un sorriso d’oro.
Cominciò a soffiare un grande vento comparso dal nulla, i suoi capelli rimanevano attaccati per quello che potevano e la sua giacca volò via.
Il corpo spoglio. Il suo viso inconsapevole.
Non c’erano nuvole in cielo e se guardavi bene, nemmeno c’era il cielo.
Era solo una sconfinata massa di infinito e se guardavi bene, nemmeno lo vedevi l’infinito.
Vedeva solo lui, vedeva lui lì con la sua chitarra che cantava su uno sgabello di legno.
Aveva davanti a sé un angelo e dietro le meraviglie del mondo.
Era un angelo donna o così sembrava.
Lei non piangeva.
Lei lo toccò e lì, in quel momento nacque tutto.
Era vivo e lo sapeva. Stava vivendo. Quel giorno nacque il mondo. Nacquero gli uomini e nacquero le donne.
Quel giorno nessuno lo ricorda perché troppo lontano o folle. Forse strano.
Quel giorno nacque tutto, quando un uomo venne a contatto con un angelo.
Ecco la nascita della vita e delle carezze. Ecco la nascita di ogni cosa. Dell’amore e dell’odio. Del dolore, che provò l’uomo quando la creatura volò via e del piacere di quando tornò.
Siamo fatti di angeli. Siamo fatti per volare via dal posto in cui ci mettono. Siamo fatti per rimanere e accarezzarci, per ricreare il mondo ogni volta.