domenica 6 luglio 2014

BLACK JAZZ FREE BAND ... ANDY MARTIN

Andy Martin era un ragazzo dai capelli rossi tinti che fumava una volta al giorno una sigaretta, una di quelle che estraeva dal pacchetto Marlboro.
La cenere gli cadeva sulle scarpe che si muovevano al ritmo dei piedi che calzavano un bel quarantotto mentre lui avrebbe dovuto portare solo uno scarso trenta nove.
Le leggende dicono che ci stesse dentro quelle scarpe per il semplice motivo che erano piene di mozziconi dal lontano '37 e dire che lui era nato solo nel 1940. Il 31 febbraio del 1940.
Sua madre gli aveva comprato un basso ancora prima che lui nascesse e appena respirò, e non respirò aria pura ma aria firmata sigarette del padre, appena aprì gli occhi e mosse le mani cominciò a suonare il suo meraviglioso e costosissimo basso.
Così almeno racconta sua madre ogni qualvolta qualcuno aprisse il discorso “Suo figlio se la cava con la musica”.
In realtà probabilmente Andy non era nato ne il 31 febbraio ne aveva mai toccato quello strumento prima dei quattro anni quando cominciò a suonare nella migliore scuola del paese. Dove prendeva lezioni dal miglioe maestro di musica del paese.
Andy era qualcosa di sublime quando delicatamente sfiorava le corde con le mani pulite da bravo ventenne Inglese.
Andy è l'ultimo componente in ordine sparso della Black jazz Free Band.
Era quello che quando si suonava, che quando si suonerà, che quando si suona, ha sempre gli occhi coperti da un paio di occhiali col telaio nero e le lenti rosa, attraverso i quali la vita ha tutto un altro gusto.

lunedì 30 giugno 2014

BLACK JAZZ FREE BAND ... TOBY

Toby aveva la faccia da uno che ne sapeva eccome della vita.
Toby era un hippie sognatore che si godeva veramente tutto ciò che aveva e spendeva i soldi senza freno.
Toby aveva in camera sua a casa di sua madre un enorme poster dei Beatles che copriva completamente tutta la parete. Conosceva ogni singolo pezzo dei quattro di Liverpool.
Toby con lo stile di quella band non centrava un granché, quelli suonavano Jazz e invece lui suonava, o meglio cantava qualcosa che con il Jazz non aveva molto a che vedere.
“Sei un hippie e noi qui gli hippie non gli prendiamo”
tuonò Peter Cry la prima volta.
“E tu che ne sai … magari è bravo!”
Si intromise Gary Wilson.
“Sentiamolo”
Disse Billy.
Toby si mise a cantare con una voce sottile e grossa allo stesso tempo. Una voce che faceva venire i brividi e risuonava forte tra le pareti della casa delle signora Green.
Toby cantò i primi due versi di Hey Jude poi Billy lo fermò.
“Questa non è la musica che suoniamo noi. Neanche quella che mai canteremo. Noi cantiamo la musica degli schiavi e quella dei sognatori. Dici che ne saresti capace?”
Toby si guardò le scarpe e con aria da sapiente rispose intonando una canzone di libertà che cantavano nelle piantagioni del Mississipi.
Billy non gli lasciò il tempo di finire neanche questa.
“Di là c'è il microfono e tu cominci subito a provare”.
Si mise a ridere e gli batté il cinque.
“Ragazzo mio … John Lennon ti verrà a chiedere l'autografo”
Disse Peter Cry che alla fine a prenderlo era stato convinto dalla faccia sorridente del miglio saxofonista.

martedì 24 giugno 2014

BLACK JAZZ FREE ... DAVIS GREEN

Davis Green era alto, bianco, portava un paio di occhiali tondi e lavorava come avvocato.
Padre di tre figli e bravo marito.
Era la perfetta e classica famiglia americana, una di quelle famiglie modello. Avevano perfino il cane che non osava mai aprire la gamba per imbrattare la moquette rossa che si trovava sul pavimento.
Davis era un uomo acculturato e ben istruito, uno stipendio alto e un giardino ben curato.
Un vero e proprio uomo.
La moglie Jaline era francese e la sua pelle chiara coi capelli biondi ben pettinati e cotonati si intonavano a pennello con le pareti chiare della villetta in cui vivevano.
Nessuno però avrebbe mai detto che Avv. Davis Green suonasse meravigliosamente la batteria.
Davis Green era davvero il migliore di sempre a suonare la batteria.
Sedeva sul seggiolino ben vestito, con la giacca nera e la camicia bianca che sfilava meravigliosamente sui fianchi.
La cravatta al collo si muoveva poco ma quelle bacchette sui tamburi si muovevano eccome.
Era sempre composto. Non urlava e non si agitava mai neanche a suonare la batteria.
Mi ricordo la volta in cui il chitarrista si girò e gli mise in testa una fascia a stile Rambo.
Davis minacciò di lasciare il gruppo.
Alla fine rimase convinto da Billy che ti faceva sempre cambiare idea.
Davis Green era davvero sempre Green, sempre candido e pulito.

BLACK JAZZ FREE ... JEREMY COLLINS

Jeremy Collins era un nero di Philadelphia. Aveva circa venticinque anni e guidava una Ferrari rossa che diceva di aver comprato ad un asta per venti cinque dollari.
Era un matto la legare.
Fu arrestato due volte perché girava ubriaco e nudo sulle rotaie delle metropolitana.
Un ragazzo sulle quali giravano strane voci, si diceva che forse era nel giro …
peò un ragazzo semplice, capace di trasmetterti una gran voglia di vivere e di non andare mai a letto.
Jeremy suonava la tastiera. Diceva che gli aveva insegnato Mozart quando era piccolo e poi diceva che aveva aiutato a dipingere la Gioconda.
Insomma, era davvero fuori.
Però quando si trattava di suonare la tastiera lo faceva come un Dio, come qualcuno che è nato con quella roba in testa, con le note incise nel cervello.
Jeremy era rimasto orfano durante un incidente aereo dove lui era l'unico soppravvissuto. Uno dei tanti casi disperati che se non fosse per la musica, ma forse a salvarlo nopn bastava neanche quello, sarebbe già morto ammazzato.
Jeremy era davvero un folle.

lunedì 23 giugno 2014

BLACK JAZZ FREE... PETER CRY

Peter Cry era il manager dei Black Jazz Free.
Era un ragazzo bianco sulla trentina, non aveva una vera e propria casa e indossava sempre un cappello nero ed una lunga giacca di pelle che strisciava per terra.
Peter viveva in un centro assistenza poveri, una cosa del genere e la famiglia Baker l'aveva preso a vivere sotto la loro custodia.
Da lì cominciò la sua vita come manager, siccome Billy ne cercava uno.
Portava degli occhiali con un telaio di dimensioni sproporzionate e non riuscivi mai a vederlo senza una sigaretta in mano, fumava per lo stress e per la fretta. Fumava perché diceva che fumare lo faceva più intelligente e aveva più un aria da manager di una grande band.
Cry era il cognome falso, in realtà si chiamava Peter Baker, ma siccome una notte di primavera gli amici lo trovarono davanti alla tv a guardare film da quasi trenta due ore di fila, gli occhi piangevano senza finire e fu chiamato Cry.
Era un ragazzo che ci sapeva fare di brutto a gestire tutto e gli piaceva anche. Lui un posto dove suonare lo trovava sempre.
In più usava spesso per esprimersi frasi che gli saltavano in mente. Frasi con una dolce dose di poesia e di amarezza.

BLACK JAZZ FREE ... GARY WILSON

Gary Wilson era il secondo componente in ordine sparso della Black Jazz Free Band.
Gary era il più giovane, aveva sui diciannove anni.
Era un ragazzo bianco che viveva in una casa normale con una famiglia normale e aveva una vita normale.
La madre aveva un passato da rock star e il padre, bravo uomo, tutto composto faceva il medico nell'ospedale pubblico del paese.
Gary aveva dei lunghi capelli biondi ossigenati e le sopracciglia nere. Indossava sempre e dico ogni santo giorno dei jeans aderenti e una camicia bianca, che ogni tanto fuori da qualche pub imbrattava di sangue.
Il fratello era laureato in una delle più prestigiose università americane. Le sorelle, dodici e venti tre anni erano segretaria e futura pilota di formula uno.
Gary non era del tutto nelle righe. Il dottore diceva che aveva una malattia particolare, che ogni tanto, preso dal nervoso aveva degli impulsi di rabbia. Purtroppo gli impulsi che aveva erano di tipo assassino e ogni tanto gli scappava la mano e per due o tre giorni giocava con uno yoyo dietro le sbarre.
Gary sapeva fare una sola cosa nella vita, perché davvero non sapeva fare altro, suonare la chitarra.
Il fatto è che come la suonava lui, quella diavolo di chitarra non la suonava nessuno. La madre lo incitava da un po' ad entrare in una band e alla fine, il suo desiderio per il figlio si avverò.
“Che dici Peter (manager) lo prendiamo dentro?”
“No. Non lo prendiamo dentro se mi riesci a dare tre buoni motivi per non farlo”.
In realtà di motivi buoni per non prenderlo dentro ne esistevano tanti ma a Peter Cry piaceva usare queste frasi per enfatizzare il tutto.

domenica 22 giugno 2014

BLACK JAZZ FREE ... BILLY

“Billy!”
“Eccomi!” e strizzava l'occhio.
Batteva le mani grandi e gli scappava una risata.
Muoveva il corpo come per ballare e poi si sedeva a tavola.
Billy era un gigante d'uomo senza un pelo sulla faccia. Un signore sulla cinquantina, afroamericano che ogni tanto, nelle occasioni importanti si accendeva un sigaro.
Una di quelle persone con cui parlavi delle intere serate di sport e di basket, che secondo lui era più che uno sport, e una di quelle persone con cui parlavi intere serate di musica.
Se non ne parlavi te la faceva sentire, si perché ogni tanto nelle serate d'estate tirava fuori il suo sax e con la faccia un po' arrossata dal vino e dalle battute si metteva a suonare. Lì diventava serio però, ma lo vedevi dall'espressione delle mani e da quelle degli occhi che si divertiva a suonare.
Per suonare si metteva sempre la sua giacca di camoscio fresca di lavanderia.
Finito di suonare rideva e ti batteva il cinque.
Ogni tanto veniva addirittura chiamato a suonare nelle feste della città e lì con la sua band, tutto elegante profumato di colonia, lì faceva impazzire tutti.
Tra un assolo e l'altro raccontava una barzelletta e tra un pensiero che passava e una vita che finiva si beveva un bicchiere alzando la mano finché Dio lo permetteva per poi riabbassare il bicchiere e far sbattere leggermente il cristallo contro i denti.
Non gli interessavano i soldi e neanche il successo. Ciò che gli fregava nella vita era suonare del Jazz con i Black Jazz Free.


sabato 14 giugno 2014

IL RUGBY

Scrivo questo racconto, questa lettera, questa storia per tutti coloro che hanno giocato, che giocano e che giocheranno a rugby.
Il rugby è uno sport diverso da tutti gli altri.
Non dico che sia migliore o peggiore. Il rugby è quello sport che ti permette di concludere grandi azioni singolari e grandi mete di squadra.
Uno sport considerato violento ma in realtà di una dolcezza incredibile. Ti culla in un mare di emozioni meravigliose e poi di colpo, proprio quando meno te lo aspetti ti schianta contro uno scoglio dal quale però tu verrai via per continuare a nuotare.
Il rugby è uno sport dove non importa come sei, importa chi sei.
Importa il fatto di restare sempre sul pezzo, di avere la testa a posto e aperta, pronta a reagire qualsiasi cosa succeda.
Passano i palloni e passano gli anni, ma chi è stato grande non passa mai. Perché un rugbista non muore mai. Viene ricordato nei segni dei suoi tacchetti sul campo che se anche sono scomparsi alla vista loro ci sono. Rimane il sangue delle ginocchia sull'erba fresca e la saliva contro la terra secca.
Il rugby è uno sport che ti allena alla vita, al combattere e alla fine ad uscirne a testa alta. A farti male e a sentirti Dio.
Uno sport giocato da donne e poi da uomini. Uno sport che deve continuare, che deve dare un segnale forte, uno sport sotto al quale si possono concentrare i sogni di nazioni intere, di città e di piccoli paesi.
Uno sport che non è del tutto uno sport.
É più un qualcosa per cui vivere. Questo è il rugby e perfino qualcosa di più che non so come scrivere. Forse basterebbe dire:
“Vento tra i capell a occhi chiusi nella notte scura”:

venerdì 13 giugno 2014

STORIE DI MITI: JESSIE...


C'è per chi correre è una punizione, c'è chi correre lo odia.
Ma a parte questi due casi, c'è chi di correre non smetterebbe mai.
C'è chi si fermerà a bere e poi continuerà, chi faticherà ma ci crederà.
Così è già successo.
Erano le olimpiadi del 1936, i tedeschi dovevano, erano costretti, non potevano fare in altro modo, vincere tutto.
Il cancelliere tedesco sedeva nella sua grande tribuna.
"La razza ariana è superiore, vincerà tutte le prove"
La più grande fesseria che sia mai stata detta nella storia dello sport.
C'è la gara. La gara che tutto il mondo aspetta. La finale dei cento metri maschili.
Lo starter ha la pistola in mano. Si sente sicuro, sa che i tedeschi non sbaglieranno, anzi faranno anche il record del mondo.
Si sbaglia invece.
Si comincia e si finisce la gara in dieci secondi.
Hitler guarda chi ha superato il traguardo per primo e vede un tedesco. No, vide male, anzi forse non lo vide neanche.
Il piccolo afroamericano con i denti un po' sporgenti e la statura proprio non nella media ha vinto.
"Come?"
"Ha vinto un americano..."
"No. Non è possibile"
10"2, i secondi che bastano a cominciare un cammino verso la libertà!

STORIE DI MITI: ARU



Scrivo questa storia per un amico.
Io non seguo il ciclismo e tanto meno so chi è Aru.
Mi hanno detto che è arrivato terzo nel giro d'Italia e io ci credo...
Scrivo però questa storia per chi ride sempre, per chi delle sue passioni non sa che farsene e per quello che le passioni le coltiva fino a farle diventare grandi amori.
Per chi va forte in macchina e per chi lo fa in bici.
Per continuare a parlare con un bicchiere tra le mani, in quelle sere di salite pericolanti e di disastrose discese.
In quelle sere in cui qualcuno si alzerà in piedi sulla sella, guarderà il cielo credendo che Dio si trovi lì, butterà in avanti e poi in alto anche le braccia e con un urlo lascierà andare, lascierà uscire e correre fuori quella grande passione.
Per coloro che negli anni vestiranno di rosa e per coloro che il rosa non lo vedranno mai.
per chi ci crede e per chi ha negli occhi due copertoni forati.

martedì 10 giugno 2014

STORIE DI MITI: Super Eroi

Nascono delle menti di uomini semplici. Di uomini normali. Diventano super.
Vengono disegnati in pagine e visti da milioni di persone.
Vivono per qualcosa di vero e di reale. Per il sogno di lottare contro la criminalità e per ottenere la giustizia.
Negli occhi, quelli fatti a pennarello e poi colorati vi si intravedono grandi sogni.
Ognuno di loro. Ognuna di quegli uomini che nascono sulla carta reincarna i sogni di uomini fatti di carne.
Volare e incenerire. Correre e spiccare.
Essere tranquilli e poi fare cose incredibili.
Intrattenere adulti e stupire piccini.
Essere un esempio per tanti e poi essere imitati da fantocci in televisione.
Questi sono i super eroi. Coloro che hanno segnato le epoche e gli anni e segneranno quelli di chi verrà.

mercoledì 4 giugno 2014

STORIE DI MITI: GENTE

Mi è capitato spesso nella mia vita di incontrare persone strane. Persone ubriache, clown, teppisti, piromani, corridori, giornalisti, piloti, tifosi e amanti.
Tutte persone che avevano a che fare con qualcosa che si chiama mondo.
Persone che non avevano meta. Che non avevano casa o religione.
Mi è capitato perfino di incontrare persone ricche e potenti. Alcuni pensavano di poter comandare il mondo. Altri di poter vincere. Altri ancora di poter fuggire da un destino già segnato.
Altri che dovevano correre per la loro libertà o la libertà di generazioni intere. Colori e fotografie.
Descrizioni vere e e false, descrizioni di fiori. Grandi e muscoli e piccole menti. Grandi moto e piccole altezze. Grandi montagne e piccole case.
Sognatori  che credevano in idee false e in incredibili verità.
Aquile e falchi sfrecciavano nel cielo, in un cielo blu, ricco e aperto.
In un cielo di legalità, in un cielo di giovani sconvolti. Perché la vita è bella e adesso non ci resta che piangere.

giovedì 29 maggio 2014

STORIE DI MITI: BOB...



Canzoni rivoluzionarie, canzoni vere, canzoni che ti si ripetono dentro la testa in continuazione,
sbattono sulle pareti e sulla corteccia celebrale, rimbalzano e si conficcano violentemente nella tua anima.
Di lì quella roba, quelle parole, quei testi, quel ritmo, quella musica... di lì non se ne vanno più.
Bob era così. Ti dava quella carica vera. La voglia infinita di ballare, di ballare il reggae, che in realtà è la musica su cui Dio balla.
Bob Marley è un esplosione di colore di vivacità e di grande voglia di vivere.
Di saltare per tutta la vita con i capelli che ti sbattono sul collo, ti finiscono sul volto, alzi le mani, lo sguardo, accenni un sorriso e cominci a muovere i piedi seguendo il ritmo che ti indica lo spirito.
Non la vuoi più smettere.
É la musica per cui gli inglesi probabilmente non avrebbero comprato gli africani per schiavizzarli, ma solo per sentirli cantare.
Però quella musica è nata con gli schiavi, è nata per sperare nel futuro, nella libertà e in tutto ciò che vale veramente qualcosa.
Bob era semplicemente un profeta e come tutti i profeti … volano via troppo presto … volano sulle ali della libertà.

martedì 27 maggio 2014

STORIE DI MITI: LENNON


Suonava.
Lui suonava e cantava. Una voce dolce, sottile e fine che ti accarezzava e volava via, diceva parole vere, parole che voleva avverare.
Rimasero solo utopie.
Cantava perché la gente ci credeva, tutti lo facevano con lui, con lui e il suo gruppo.
Non è che fosse l’uomo da seguire … forse era proprio crollato anche lui come tutti in quegli anni.
Ma il fatto che si chiamava John lo salvò.
I capelli e la barba lunghi, i piccoli occhiali tondi che lo caratterizzavano.
Il banjo che cominciò a suonare e la voce con cui  fece volare.
Andava oltre a quello che era lui. Oltre a tutto quello che le persone dicevano. Gli uomini non sono perfetti no … ma le canzoni ti possono far immaginare.
Le foto sono rimaste. Gli amori non se ne sono mai andati. John faceva capire che la vita … che dopo la vita … si poteva immaginare che non esistesse il paradiso.

mercoledì 21 maggio 2014

STORIE DI MITI: IL SIC

Non capita spesso di cambiare canale, di accendere la TV, magari anche solo per caso e … vedere così tanti capelli ricci uscire da un casco.
Beh, è capitato spesso, per anni. Tanti ricci che volavano al vento. In giro per il mondo. Scoprivi la faccia, guardavi bene, leggevi la carta d'identità e ti accorgevi che non erano solo ricci. Sotto c'era un ragazzo.
Uno dei ragazzi più semplici e leali della storia. Che quei suoi amatissimi ricci non se li sarebbe mai fatti tagliare. A nessun costo.
“Super Sic” questo era il nome che si sentiva più spesso. Quello che urlava il telecronista, quello che urlava Meda a ogni sua caduta, quello che urlavano in milioni ad ogni suo sorpasso.
Perchè se è vero che un pilota o un qualsiasi sportivo deve metterci la passione, Il Sic era il migliore di tutti. Perché forse quella grinta, quella passione furono ciò che lo fecero rimanere attaccato al gas fino alla fine.
Una storia poi una leggenda. Quella di un ragazzo romagnolo, spettinato e un po' folle. Perché l'importante era darci dentro.
L'avevano capito tutti che era speciale. L'avevamo capito tutti che era un gran pilota, capace di farti volare. Sognare.
A dodici chilometri dal 58 abita il 46.
Non sono numeri civici. Non sono targhe. Non è neanche il destino che fossero così vicini e poi così lontani. La storia del Sic è una storia d'amore. Una storia un po' particolare, una storia che è ricominciata con un segnale forte.
“Se vi è sembrato di conoscerlo a voi da casa, beh è proprio come vi sembrava. L'avete conosciuto”.
Di questa storia non posso raccontarvi la fine solo perché non c'è. Non posso raccontarvi la fine solo perché se Il Sic fosse qui, non vorrebbe che ve la raccontassi.

martedì 13 maggio 2014

STORIE DI MITI. ROSSIIII C'è!!!


Credo che l'Italia abbia avuto la grande fortuna di poter assistere, tifare un grande campione, un grande pilota, qualcuno per cui saltare i pranzi con la suocera la Domenica. Vale Rossi.
Ecco. Saltando, andando oltre a tutto quello che negli ultimi tempi si è detto di lui, chi non ha tifato Rossi alzi la mano.
Probabilmente in questo momento qualcuno per fare la battuta avrà alzato la mano, ma io non ci credo. Valentino Rossi, è stato per chiunque avesse una televisione e un attimo di sale in zucca, l'eroe. L'eroe. L'eroe. L'eroe. L'uomo che i bimbi imitavano. Che quando mio padre mi diceva:
“Vai piano!”
Io rispondevo: “Si”
Poi con il mio amico urlavo: “Tu sei Capirossi, io sono Vale”
E ci buttavamo dentro una curva come dei pazzi scatenati.
Vale è stato causa di cadute, di sangue e di interminabili pianti per terra.
Valentino non è, se vogliamo, l'uomo da prendere come esempio. O meglio. Non è stato l'uomo da prendere come esempio, ma Vale ti faceva sognare. Con lui Meda. Perchè, si è vero che Meda ti renderebbe interessante una gara di tricicli, ma quando assistevi a una gara di Moto GP, ti divertivi e soffrivi con lui. Con Meda. Uno dei più grandi telecronisti. Che ti faceva sempre essere in piedi sul divano. Quello che io ruppi al nono mondiale di Vale. Quello che milioni di italiani ameranno per sempre, quel maledetto, rotto, bel divano, col piedino giù, dove staccavi forte e ti buttavi dentro. In un altro mondo. Risucchiato da quel ragazzo numero 46. Quello che sapeva, quello che sa trovare il limite, spostarlo un po' più in là e non farti dormire. Questo è Rossi, questo e molto altro ancora.

lunedì 12 maggio 2014

STORIE DI MITI. GILLESSSSSS

Ma quanti anni sono passati.
Eri il lontano 1982. Sarò sincero. Non mi ricordo la data esatta...
Che Ferrari in quegli anni. Il boom. La formula1 era la giusta misura di elettronica e manualità. Di spettacolarità e di passione. Io quell'anno non c'ero. Io nacqui diciannove anni dopo. Però di quegli anni, gli anni ottanta mi hanno raccontato molto. Della formula1 non così tanto e perdonatemi se sbaglierò nel raccontarvi.
Ho un mio grande amico, questo ha un padre che possiede una casa ereditaria sulle colline toscane. Un paradiso, tutto bello, là in mezzo al bosco, là col fiume e coi lupi. Spesso d'estate passiamo i weekend lì. Ha una TV che credo che sia l'unico oggetto tecnologico oltre ai fornelli. Se non stiamo in giardino, nel fiume o a giocare ai militari litigando sul regolamento, ci sediamo davanti alla TV per il Gran Premio. Quindi qui si forma l'angolo tecnico. Io, i due fratelli e il biondo. Se è la Moto GP vediamo solo Rossi! Se è la Formula1 vediamo solo la Rossa!
Poi durante il Gran Premio si parla di tutto, da Schumi, a Jordan, a Nadal agli All Blacks a l'italia del 2006 fino all'Italia dell'ottantadue. Sono partito un po' da lontano perché voglio raccontarvi la magica atmosfera che si forma. A volte capita e a me piace quando succede, che si parli saltando da un discorso all'altro, di GILLES. Si vedono i babbi che con l'espressione un po'così, di loro che hanno visto Gilles dicono: “Scicci” a dire “Quello era uno che aveva una marcia in più”. Che l'anno in cui finì di correre sarebbe diventato campione del mondo con la Ferrari. E qui però, beh … qui era di più. Qui si amava la Ferrari perché la guidava Gil. Non so molto su di lui, francamente potrei andare a vedere su wikipedia, ma allora non avrebbe senso scrivere questo testo. Non so molto su Gil, perché Gil non si può racchiudere in queste parole. Neanche in un dialogo perché il fatto è che Gil è magico, gli vogliamo bene perché vinse solo sei gare, poche, ma quando le vinse ci fu un gran gusto.
Perché quando io ieri ho chiesto a mio padre che numero mettere sul nostro carrettino da discesa, lui mi ha risposto una cosa sola: “Se è un numero, potrà essere soltanto uno” e io “Certo … 27”

martedì 6 maggio 2014

MONDI PARALLELI 22

L'uomo avanza verso di me. É tutto vestito di bianco e in mano ha una pergamena.
Non apre bocca. Chissà che lingua parla questo strano individuo. Mi porge ciò che ha in a mano:
Tu
Eroe
Tu
Più umano di noi umani
Tu
Più forte di Ercole
Tu
Zardor
Tu che salverai il prossimo.
Le parole sulla pergamena erano scritte in verde. L'uomo la riprende, la nasconde sotto alla tunica che indossa e mi dice:
“Io, tu sei Zardor, re dei re, unico uomo rimasto, io a te consegno i poteri che la natura mi ha conferito. Anzi che ha conferito a te Zar, per combattere ciò che sarà sbagliato nel mondo in cui vivrai. Preparati finché hai tempo, esercitati con i tuoi poteri. Perché ragazzo mio. Un nuova era sta arrivando”.
Adesso comincio ad avere paura. Il mio cervello si fa mille domande. Mi giro e il signore davanti a me è scomparso. Sono la speranza? Il genere umano? Io cosa? Dov'è …?

venerdì 25 aprile 2014

MONDI PARALLELI 21

Io. adesso io si proprio io. Posso spiccare il volo. Sono cambiato, forse una mutazione genetica forse la depressione, non lo so. Io adesso posso volare posso correre veloce, a velocità che nessuno sarebbe in grado di battere. Io che adesso sarei l'eroe del mondo, quel mondo che non esiste più. Che è stato distrutto da me. Non me ne frega più però. Io si io adesso sarò per me e per tutti coloro che mi conosceranno “Astiki Rox”. Non temerò più niente, non cercherò di fare più niente. Corro adesso. Volo per sempre, lì in alto dove prima arrivava sol Dio, dove adesso arrivo anch'io. Si sono l'eroe si, l'eroe di un mondo finto, falso,inesistente...
Scorgo là, ad un certo punto una figura, particolare. Su questo piccolo mondo... non è terra. Ma c'è acqua, non è il mare ma c'è terra... c'è vita, questo posto, che assomiglia molto alla terra, questo posto che a giudicare da quello che vedo è abitato da uomini... uomini?! Si quello è un uomo. Indossa un cappello. Alto, barbuto, direi sulla settantina.

lunedì 21 aprile 2014

MONDI PARALLELI 20


Qualcosa è cambiato dentro di me. Sono più veloce, sono più forte, sono più leggero, salto e mi sembra di volare. Poi ricado. Ho letto tanti fumetti... che mi sia successo qualcosa? Quando? Sotto terra, dove ho vissuto non mi ricordo, non c'era... forse... che cosa sono adesso? Il mio corpo a parte la pelle gialla... più di un asiatico, ma un giallo bello... non ha subito altre trasformazioni. Internamente forse mi è successo qualcosa. La mia faccia sta cambiando improvvisamente, il mio corpo è forse troppo piccolo. Ecco sulla mia schiena, mi sento più potente, provo a saltare e spicco il volo via come un uccello, volo ma poi ricado. Mi dovrò allenare... poteri di che cosa? Forse sono uno di quelle persone a cui le malattie si manifestano ad età avanzata? So solo che non sono più me, so che sono cambiato, forse in un essere capace di fare qualcosa di buono... forse il sole, forse il centro della terra. Si, ne sono sicuro. Sono cambiato.