sabato 25 ottobre 2014

TEMPO DI EMOZIONI

Dovevamo e dovevano capire di cosa si trattasse quella roba lì.
Eravamo tutti uguali. Bianchi o neri. Lì ad aspettare qualcosa che mai sarebbe arrivato.
Viaggiavamo da giorni su quell’astronave.
Vestiti uguali, con gli stessi pensieri, con lo stesso taglio di capelli. Cambiava solo il volto.
Ognuno di noi aveva una cabina su quel veicolo speciale.
C’era un rubinetto e un letto. Niente water o lavandini o altro.
I finestrini erano chiusi e si poteva guardare fuori solo per dieci minuti al giorno.
Era un regolamento che avevano messo quelli che dirigevano, l’alta società.
Avevano paura che le persone potessero provare dei sentimenti o capire la bellezza guardando le stelle.
Quella sera non lo aprirono neanche, doveva essere successo qualcosa.
Il cibo era servito su piatti d’argento.
Il menù deciso da quelli dall’alto.
Tre pastiglie a ognuno.
Un giorno rosse, un altro verde oppure blu o bianche.
Si scioglievano sotto la lingua e dicevano che ti nutrivano.
Non avevano sapore e neanche odore. Tutto gli era stato sottratto.
Non si beveva niente, ti infilavano nel collo mentre dormivi dei tubi e spingevano dentro del liquido incolore.
Come tutto. Come tutti.
Avevamo l’anima senza spirito e le emozioni e i ricordi erano pallidi, anzi inesistenti, nella nostra mente vuota.
Avevamo vissuto un’altra vita.
Eravamo stati selezionati tutti insieme come uomini e donne più tristi del pianeta.
Spediti come pacchi postali nello spazio, verso Marte, a colonizzare e creare nuove unità famigliari.
I nostri ricordi erano stati presi dagli uomini sperimentatori.
Due punture e via. Niente più memoria.
Era l’ultima ora in cui dovevamo studiare elettronica e i nostri occhi correvano sulle righe tutte uguali, quando di colpo l’allarme comincia a strillare impaziente e forte e le nostre orecchie impassibili.
La voce dell’altoparlante era neutra e diceva di abbandonare l’astronave attraverso il sistema imparato.
Un buco era stato rilevato nella sala studi, quella dove mi trovavo.
Provavo un sentimento di paura. Quella la sentivamo. Ero molto spaventato dal fatto che potessi essere contagiato dall’aria esterna.
Troppo tardi, un soffio d’aria mi toccò la pelle e andò probabilmente da qualcun altro ma nessun altro lì c’era.
Tutti volatilizzati, scappati, ordinatamente, sistemati in file.
I miei occhi rimasero sbarrati contro la parete.
Aria, avevo sentito dell’aria sulla mia pelle. Era da quando eravamo partiti che non sentivo niente sulla pelle.
I ricordi mi ritornano, quasi magicamente, la mia vita in frammenti dispersi entrò nella mia testa.
Non ci rimane, scompare, ancora vuota e ora, comincia a riempirsi di nuovo, con l’aria, le emozioni felici, il coraggio, la bellezza, la poesia, l’amore, l’aria mi tocca.
Entra la paura, l’odio il terrore, la guerra, l’immaginazione e la fantasia.
Tutto dentro me non è mai stato.
Mi accorsi solo in quell’istante di essere vivo.


martedì 21 ottobre 2014

I miei nonni ora

Era il ventotto settembre 1914.
Avevo cinque anni.
Casa di mia nonna era calda e accogliente con la tavola pronta e apparecchiata modestamente ma con eleganza.
Fuori pioveva un po’ e il calore del caminetto ci scaldava a tutti l’anima e la pelle.
Stavo come sempre giocando con mia sorella e il mio grande nonno orso, quando passando vicino a un mobile che non avevo mai notato, mi incantai davanti ad una foto.
Era in bianco e nero,  di trent’anni prima. Forse anche quaranta, perché no cinquanta. Si sono sicuro, di cinquant’anni prima quella fotografia. Ingiallita ai lati ma perfettamente tenuta, lì nella sua bella cornice argentata e semplice. Immortalati dietro al vetro i miei nonni da giovani. Quando avevano vent’anni e la loro era una situazione di attesa, quando si è giovani, si aspetta sempre qualcosa. Si vuole andare avanti e loro lo stavano facendo. Si trovavano in cima ad una montagna a strapiombo sul mare.
Indossavano una camicia bianca e pantaloni scuri e mia nonna, un abito chiaro, sembrerebbe potesse essere verde, che arrivava alle cosce.
Il vento aveva scompigliato i capelli ad entrambi ma stavano bene quei capelli che seguivano la brezza marina.
Erano abbracciati e sorridevano. Felici come bambini, che bambini loro erano. Scalzi sulle rocce, ignari di quello che intorno a loro stava accadendo ma felici di esserci dentro fino al collo. Gli occhi erano illuminati di una luce speciale e si capiva che pensavano e credevano nella passione, nell’amore e nei sogni. Nell’aria che ti porta dove vuoi. I miei nonni lì, così, semplici ed istintivi.

“Rommy ci sei?”
Mia sorella più piccola mi stava chiamando. Andiamo a giocare. I miei nonni erano ancora lì, che giocavano e sorridevano e mi è bastata quella foto a capire che la vita è un gioco. Che è breve. Che loro due ora anziani, sono felici lo stesso, come anni prima. Che la foto non c’l’ hanno ora perché le foto si fanno prima di un viaggio, per vedere come si è all'inizio e poi alla fine per vedere come si è diventati. così almeno è nelle storie che hanno una fine, questa storia, queste vite, dei miei nonni giocherelloni e sorridenti, questo nei miei ricordi non finirà mai.

martedì 14 ottobre 2014

Quella sera a teatro.

Non poteva di sicuro capitare tutti giorni una cosa simile. Un fenomeno di quelle dimensioni e di quella spettacolarità è davvero incredibile.
Era una fredda serata di ottobre del 1920.
Tra una guerra che va e una guerra che viene il tempo andrà pure occupato in qualche modo.
Jack, un soldato della marina passeggiava per un vicolo di Londra.
La luce dei lampioni gli riscaldava l'anima e il grande cappotto di lana che gli arrivava alle ginocchia, la pelle.
Gli occhiali tondi che aveva sul viso erano completamente appannati e il suo taglio di capelli era fin troppo sobrio per essere un soldato. Di solito i ragazzi della sua età, arruolati erano fantasiosi nel modo di acconciarsi la testa.
Teneva stretto sotto un braccio un fascicolo ed era diretto verso il grande portone di legno che ogni secondo era più vicino a lui. Quello del teatro.
Era un grande teatro. Davvero enorme dentro e Jack era in ritardo per l'inizio dello spettacolo.
Poltrona numero diciotto. Fila sedici. Le luci si spengono nell'attimo in cui si siede.
Le luci non si riaccenderanno mai più per lui. Uno spettacolo di Shakespeare rimbombava nella sala. Attori meravigliosi e trama davvero profonda. Atmosfera magica quella sera. Fuori intanto, la neve cominciava a coprire cancelli, giardini, strade, tetti e la testa di qualche innamorato e di qualche ladro, che a due a due camminavano per la strada diretti a dormire nel loro caldo letto di fronte magari ad un bel camino che in quella sera, per Jack non bruciò più. Aveva ventidue anni. Amava il teatro, la musica, la letteratura e le feste.
Si era ammalato in guerra di una malattia incurabile.
Era arrivato il suo momento. Ci aveva pensato a come volare via. Shakespeare era stata la sua risposta.
Sulla battuta finale, l'ultimo battito di ciglia e un sorriso immenso stampato sul volto. Le guance erano coperte dalle fossette. Gli occhi, chiusi, anch'essi divertiti. Era davvero felice quel ragazzo nella poltrona diciotto. Poltrona di velluto rosso con una piccola targhetta in metallo. Le sue mani stringevano una lettera. La lesse alla fine della faccenda il commissario che era stato subito avvertito dopo che si era stabilito il decesso; dalla bocca del grande uomo calvo:
“Vi ho fregati tutti!! Sto sorridendo amici miei. Sono morto in questo momento. Voglio scommettere con chiunque che nessun altro sarà capace di morire e di divertirsi. Io ho vissuto amici miei. Si vive di più prendendosi una pallottola nella gamba di quanto scommetto, non abbiano fatto alcuni di voi in ottant'anni di timida vita.
Ci vediamo belli. Ciao amici miei”.
Io ero quella sera in sala. Avevo otto anni. Non ci credeva nessuno a quello che aveva scritto e che era successo. Non potevano crederci. Era impossibile per loro che guardavano Shakespeare senza capirci in realtà niente. Che andavano in chiesa perché lo diceva il giornale e che credevano nella guerra. Ma per il ragazzo lì, che odiava la guerra perché l'aveva combattuta, che amava Shakespeare perché non aveva studiato le forme o le rime o la ritmica. Ma che aveva studiato come apprezzarlo e che andava in chiesa perché era lì come tutti e credeva davvero. Lui era l'unico in quella sala che aveva capito qualcosa dello spettacolo più bello di tutti. La vita.

martedì 7 ottobre 2014

il nonno e Jul

Nonno“ chiese il piccolo Jul : “Perché proprio ciò che ami?
Perché alla fine è sempre quello che ti tradisce?”
Ecco piccolo …
A noi, a voi, a loro.
Che abbiamo versato sangue dolore e lacrime ma che abbiamo anche urlato, gioito, creduto, sognato.
Che siamo bagnati dall’emozione e che ci siamo spruzzati dall’entusiasmo.
Non trovavamo modo di alzarci,  non potevamo stare sulle nostre  ginocchia e il fiato per parlare era scomparso, proprio come la felicità dai nostri visi. Increduli. Non capivamo e non continuiamo a  capire. Le cose tristi, la tristezza è ciò che non riusciamo a capire. Quello che ami lo capisci invece e non riesci a smettere di farlo. Ci rimani attaccato fino alla fine. Tu provi a smettere, a non pensarci ma è impossibile dimenticare.
Il passato è quello che ci permette di vivere. Il passato è il secondo appena trascorso. È l’attimo di felicità prima delle lacrime. Il passato è troppo vicino a noi per provare a liberarsene. Così ci leghiamo addosso le nostre passioni, ricordiamo il passato, abbracciamo il presente e proviamo ad immaginare quale sarà il futuro, a sperare quello che vorresti che succedesse.
Ma è proprio quando pensiamo che sia impossibile che quello che ami non abbia un futuro tragico, drammatico. In quel momento quando tutti sono troppo tranquilli, sicuri di sé, arroganti. In quel momento serve un segnale che faccia aprire gli occhi, che faccia capire, che faccia male. Che ti provochi e che ti colpisca forte emotivamente. Questo è perché quando si vola, non si pensa. Quando si ama, non si tradisce. Quando si è troppo sicuri che qualcosa vada bene, quella andrà male. La troppa sicurezza, è colei che ti farà sbattere in quello che fai, ma la passione vera, quella incerta qualche volta, quella sarà la passione che ti farà sognare oltre tutto e oltre qualsiasi cosa. Ma sarà anche quella, con cui non sbatterai contro le cose. Ma morirai per lei. Non tornerai indietro. Non potrai anche se lo vorrai. Sai che è la tua vita. Jul, mio piccolo nipotino, fai quello che il vento ti dice di fare. Crea e vivi la tua passione. Vera e buona come le fragole.    

giovedì 2 ottobre 2014

GIROLAMO STAIN E I SUOI SENSI

Girolamo Stain era un italo americano dalle dolci e cortesi maniere, un bravo ragazzo, sempre perso nel suo mondo dove le fate ascoltavano voci di eroi nascosti nelle notti di estate e pregavano che i mostri non tornassero dalle tenebrose caverne.
Aveva circa diciotto anni e quella mattina stava camminando per la strada osservando pioggia che cadeva e una nuvola che intanto si stava arrendendo alla grande forza di re Sole.
Dai negozi uscivano profumi di scarpe, di cappotti, di pane, di zucchero. Profumi di profumi dalle profumerie e profumi di ragazze bellissime venivano trasportati sui terrazzi delle signore, che in tre sedevano a giocare a carte su una vecchia sedia di bambù e ricordavano i tempi passati, quando il marito era in vita e il figlio non era partito per la guerra da quindici anni.
Il rosso dei rossetti si mischiava a quello delle rose e creava un odore dipendente, che tu lo seguivi anche se non c’era.
Girolamo notò a terra dei pezzi di vetro e di vecchi vinili, di torte bruciate e di carezze di bambini. Nelle sue orecchie rimbalzavano i suoni delle bombe, che arrivavano dalla lontana guerra e nei suoi occhi splendevano cascate d’acqua immerse nella natura.
Le mani erano nere. I piedi senza scarpe e il volto con un espressione indefinita. Girolamo Stain si era appena accorto di tutta la gente che camminava di fianco a lui e a cui non aveva fatto caso. Chissà quanti di loro domani saranno cadaveri, chissà quanti di loro sono criminali, chissà quanti di loro sono innamorati, chissà quanti padri e quante madri per bene.
Allora una grande foglia gli accarezzò la sua bocca e un lungo tempo di silenzio passò per la sua mente.
Provò a parlare ma si ricordò dopo che non poteva. La bocca si apriva e si chiudeva.
Non importava, non poteva importare quello che lui fosse o non fosse capace di fare, l’importante era quello che lui credeva di poter fare. Qualcuno aveva fatto in modo che lui non potesse parlare attraverso un incantesimo, pensava Girolamo. Se avesse potuto parlare sarebbe diventato troppo importante e cattivo, o troppo importante e giusto. Lo prendeva come un segno del destino. Aveva capito, durante la sua vita, e finalmente quel giorno, che ciò che importava davvero era la poesia dei bei giorni passati. La tristezza non esisteva in lui che non poteva parlare con gli uomini. Ma esisteva nella sua mente, che sentiva i terribili rumori provocati dalla loro arroganza. Allora, tornava nel suo mondo di fate dove tutto era perfetto.

mercoledì 24 settembre 2014

POETA

Fu il mio ultimo viaggio in Africa e già ne avevo alle spalle una trentina circa.
Avevo ottant’otto anni e il medico mi aveva diagnosticato una malattia strana, la chiamava follia.
Non avrei più potuto viaggiare. Diceva che era matto ma quello che io vidi era tutto vero.
Tre uomini africani di una tribù amica, dove dormivo e alloggiavo, comandata dal mio vecchio pronipote. Un grande capo per tutti. Ecco. In quell’ultimo giorno in Africa, il diciottesimo dopo la mia partenza, tre uomini si misero a suonare un coccodrillo, un leone, una zebra.
Erano animali vivi, il loro torace risuonava, non gli facevano male. Creavano una musica bellissima e loro gli ringraziavano. Ho visto un coccodrillo fare le fusa e un leone leccare e scodinzolare. La zebra invece nitriva di gioia e più suonavano più il colore della loro faccia cambiava, diventava rosso, verde, blu. Si ingrandivano e rimpicciolivano e ogni tanto la loro testa si svitava dal collo, faceva delle smorfie e poi batteva a terra, cantava, suonava, scriveva.
Gli animali cominciarono a cantare pure loro e a fumare qualcosa ogni tanto.
Le grandi palme sulla mia testa felici di vederci ridacchiavano e la tribù, tutta la tribù e il villaggio, perfino le capanne. Tutto ballava freneticamente e velocemente. Le parole veloci scorrevano come i fiumi d’acqua che volavano. Le mie fantasie e le mie poesie sui fogli di carta andavano via con il vento. Dio mi guardava e io con gli occhi alti verso il cielo, con gli occhi che giravano a destra a sinistra e a terra, io pronunciavo parole d’amore.
I medici durante la mia visita non vollero credermi e mi rinchiusero in un ospizio. Non mi interessa niente. Me ne sto qui. Scrivo davanti alla finestra poesie. E sono sempre più sicuro di avere la mia ragione da folle vecchietto.  

mercoledì 17 settembre 2014

PSYCO

Martinder era segretario al New York Time. Un bel lavoro. Una bella famiglia, con due figli, maschio e femmina, dieci e dodici anni. Splendidi, bravi a scuola, curati, puliti ed educati. La moglie, di famiglia nobile e con un pacco di soldi da paura, non aveva bisogno di lavorare e così ogni sera, quando lui tornava a casa, c'era sulla tavola la cena pronta, la moglie truccata e pettinata, la tavola raffinata e figli con la bocca piena di buone notizie.
Ed era l'unica volta in cui parlavano con la bocca piena.
Johnnino, il figlio era capitano della squadra di baseball e Janine, la figlia era presidentessa del consiglio studentesco e grande giocatrice di scacchi e tiratrice a scherma.
Il fatto è che quella sera dell'otto maggio 1981 Martinder, sognava, o meglio, credeva di non sognare, sognando in realtà.
Forse quella sua vita, quel suo lavoro, tutto era falso. Gli venne solo il sospetto. Dopo che lui sarebbe morto, dopo che la gente si sarebbe dimenticata di lui, dopo cento anni, ciò che credeva di fare non sarebbe servito a niente, tutto, da cosa era nata la vita, Dio, il BigBang, la fede, la religione, il movimento, l'energia, il fuoco, la terra.
Ma poi si addormentò, aveva capito.
Aveva capito che ciò che contava, era quello che si faceva, era il presente, il futuro era già vecchio e il passato era troppo nuovo, troppo vicino, già fatto.
Che voleva però sapere com'era la vita nel resto dell'America, nel resto del mondo, al di fuori da lui. Voleva provare a vivere un po'. Anche a soffrire. A provare ciò che si provava fuori da quel posto chiamato casa. Da quel mondo immaginario in cui credeva di vivere, da quel mondo nella sua testa.

martedì 9 settembre 2014

DIREZIONE ROSSA

Stavo camminando per la strada, direzione rossa.
La migliore di sempre quella direzione. Avevo otto anni e avrei incontrato mio padre lì. In direzione rossa. Era seduto su una sedia, con un gran sorriso sul volto e stava parlando con un uomo grande. Stavano sistemando delle faccende di lavoro e io adoravo sentirli parlare di lavoro.
Mi sedetti a terra, tirai fuori le mie macchinine dallo zaino e mi misi a farle rombare, derapare e rovesciarsi.
Poi il vento si alzò e le nubi arrivarono a coprire il sole. La bandiera grande con una foglia e come una foglia, appesa in direzione rossa cominciò a sventolare. Il vento muoveva i capelli di mio padre e i miei. Abbastanza lunghi da muoversi con un soffio.
Quelli mi rimanevano sempre attaccati, come le due macchinine con cui giocavo. Rimanevano attaccati come le gomme e come la passione nel mio cuore.
Babbo era pronto ad uscire dalla direzione rossa e farla andare più forte. Pronto a fare qualcosa di grande quel sabato.
Babbo uscì dalla porta grigia e si sedette dentro una delle mie macchinine, come in un sogno, si era rimpicciolito, era niente rispetto a quel grande amore che incombeva dentro egli. I guanti e il vestito, anch'esso rosso, come la direzione erano ben attillati. Entrò sul grigio dell'asfalto quel sabato pomeriggio. Non rientrò mai più. Restò fuori a girare, è fuori che sta ancora girando se ci si guarda bene. Se si ascolta poi attentamente, beh allora si sente anche il suo sorriso, un sorriso che parlava da sé.

venerdì 29 agosto 2014

I RAGAZZI DI LAGGIÚ

Buongiorno ragazzi.
Scendete dai letti, fatevi la barba e sfogliate qualche giornale. Accendetevi una sigaretta o fatevi una partita a carte. Se guardate ben il cielo oggi è un ottima giornata per combattere.
Anche se so molto bene che non esistono giorni buoni per la guerra, ma esistono giorni migliori di altri, in cui magari la voglia della pace è maggiore e siete più carichi, tipo quei burattini che escono dalle scatole con il volto da pagliaccio che sembravo venir fuori dai racconti di Stephen King. Inquietanti quei giocattoli perfino per un adulto. O magari ragazzi della guerra anche per voi, anche se siete dei duri è!
Beh su quello non c'è dubbio ragazzi miei, bisogna davvero essere forti per fare quella roba lì.
Allora noi da qua, vi mandiamo tutti un grande abbraccio ragazzi diretti a nord dell'est, più verso ovest però.
Sta sera quando tornerete a casa, telefonate ai vostri figli. Alle vostre madri e ai vostri padri. Alle mogli e alle fidanzate e ridete, divertitevi.
Per chi oggi invece non tornerà, un grande abbraccio comunque e un saluto di arrivederci ragazzi. Non ci si dimentica molto spesso di voi uomini della pace, della guerra.
Se non sapete che fare sui camion guardatevi le mani e rendetevi conto che sono diventate un po' più rugose e scure, forse con qualche callo in più da quando siete partite, ma non preoccupatevi perché chiunque invecchia, perfino Brad Pitt invecchia. Solo Ecclestone, con i suoi capelli bianchi cacca di piccione sembra non invecchiare mai.
Attenti a dove metterete i piedi quando scenderete per combattere ragazzi. Potreste incontrare qualche vostro superiore e calpestarlo, anche se la vedo difficile, per il semplice motivo che lui non si troverà lì quando ci sarà da morire, da perdere, da sporcarsi di sangue e da urlare. Ma magari se vi osserverete le gambe con attenzione, vi renderete conto che sono diventate più grandi con qualche cicatrice in più e pronte a correre veloci ragazzi. Correte verso la guerra per scappare da essa senza tradire però.
E alla fine tornerete a guardare il cielo, sempre il cielo. Tutti voi osserverete le stelle la sera e vi accorgerete che saranno unite da qualche arcobaleno ragazzi. Non abbiate paura amici miei. Anche se è facile dirlo da qua. Abbiate quella fame e quella rabbia negli occhi, che si puo vedere solo in un soldato amici miei. Se pur ragazzo un soldato. Se pur bambino soldato. E allora proteggetevi e credete in qualcosa. Non dico in Dio. Credete magari in uno sport. In una moneta, in una bandiera o anche solo in voi stessi amici miei. Ma credete di tornare a guardare il cielo e di non morire con la faccia nel fango. Credete in ciò che non vi appartiene, credete anche nella libertà amici miei, perché non so quando, non so perché, neanche dove vi posso dire, ma quando arriverà, beh allora ragazzi di quel posto lontano che conosco, allora ognuno di voi avrà fatto qualcosa per cui verrà ricordato.

Ci vediamo a casa amici. Ci vediamo a casa tutti quanti.

mercoledì 27 agosto 2014

UN TARDO SORPASSO IN UNO SPERICOLATO POMERIGGIO

La bici di Girourdè era pronta, pulita, il cigolio era stato limitato e aveva una gran voglia di andar forte.
Correva con gli amici il pomeriggio. Erano tre. Girou, Philip e Francis.
Le bici alla fine, se ben curate e messe a posto, erano quelle che erano.
Ma non importava molto.
Il fatto mozzafiato si svolse al settimo giro del cortile di gara quattro.
Philip è davanti. Mancano una sessantina di metri all'arrivo.
Curva stretta , è l'ultima poi volata spaventosa sul rettilineo. La curva è delimitata dal muro di una casa, con l'intonaco un po' rovinato.
Francis è rimasto molto indietro, si è steso per terra la quinto giro e non ha più recuperato.
Ora bisogna far vedere ciò di cui si è capaci.
Tre metri alla curva. Philip butta l'occhio a Girou. È attaccato alla gomma. Sa benissimo che non lo avrebbe lasciato vincere. Ecco l'anteriore che prova ad uscire tra il muro e la catena dell'altra bici. Il corpo del corridore, non ci starebbe mai, troppo stretto lo spazio per provare un sorpasso. Philip chiude con la gomma dietro mettendo il suo mezzo di traverso sull'asfalto rovinato. I sassi si alzano da terra e la gomma lascia un segno. Francis perde il posteriore e fa un volo di tre metri per terra. La bici è un cartoccio. Il “pilota” esce illeso.
Allora, non c'è più spazio e Girou cambia lo specchio d'entrata della curva. Infila Philp a destra ma quest'ultimo bravissimo gli torna a sbarrare la strada. Pochi secondi e ci si lancia nel rettilineo. Il telaio in ferro di Giroù si muove agilmente cambiando nuovamente direzione. Le ruote che sfregano tra di loro e contro il muro. Tre costole fratturate per Girou che sbatte sul cemnto della casa, screpolando l'intonaco bianco. I sassi per aria che finiscono negli occhi. Le dita maciullate di entrambi contro i manubrio dell'avversario e poi la curva da cui Girou esce vincente per scatenarsi sul rettilineo con tutta la sua rabbia e la sua violenza. Gli occhi felici da ragazzo vincente e il corpo distrutto da guerriero perdente.

mercoledì 20 agosto 2014

LA BICI DEL CAMPIONE


Girurdè Rossi correva per amore. Lui amava follemente il mondo delle catene, delle gomme, dei cambi e dell'olio. Qualsiasi cosa con cui andare forte la amava. A partire dalle moto grosse a finire ai tricicli per i bambini. Così un giorno, non potendo permettersi le gare in moto o una bici da corsa la bici la costruì.
Raccolse tutti i pezzi di ferro e i tubi che trovava per il cortile e per la città. Arrivò a scavare otto buche di una ventina di metri di profondità. Una volta trovati rubò il saldatore a suo padre e cominciò a mettere su i pezzi, più o meno come si ricordava. Aveva creato un catorcio di telaio da far paura. Davvero uno schifo. A lui piaceva però e di sicuro nessuno poteva dire niente a un bimbo di otto anni.
Per le gomme aveva intrecciato della corteccia di alberi, le gomme forate di una bici buona sarebbero state di lusso. La sella … beh per quella venne aiutato dal gatto del vicino. O meglio, per farla usò il gatto del vicino, anche se il nonno gli aveva detto che non era poi una grande idea. Ma a un bimbo di otto anni che gli vuoi dire.
I pedali, quelli erano lusso puro. Vecchi pedali di una bici carbonizzata in discarica. Infine come catena prese quella che aveva tolto dal collo del cane, che era scappato e successivamente stato ritrovato in stato confusionale.
La bici era pronta per partire. Un ammasso di lamiere e legno che non avrebbe mai potuto fare mezzo metro … era quello che credevano tutti. Cappellino all'indietro. Tutto il paese a osservare Giru e lui che veniva giù come un folle dalla discesa del centro. Il piccolo però dimenticò di mettere i freni. Partì via e non si vide più per anni. Finché un giorno, tutti a guardare il giro d'Italia, sul gradino più alto, dopo l'ultima tappa riconobbero un volto famigliare.

domenica 17 agosto 2014

MOSTARDA SU UN PICCIONE CRUDO

Era una mattina di Maggio, camminavo per un piccolo vicolo di Roma mi sembra e sulla mia destra un piccolo ristorante.
Era l'ora di pranzo e non ci vedevo più dalla fame. Mia suocera mi stava completamente assillando che voleva mangiare e che aveva fame. Mia moglie aveva già speso cinquantamila euro in vestiti firmati e i miei figli, FU e TJ si stavano picchiando a suon di sanpietrini che toglievano dall'antica pavimentazione. Io provavo a parlare di pesca con mio suocero.
Insomma la domenica perfetta, per eccellenza.
Entrammo tutti e sei nel piccolo localino arredato con mobili rustici e pareti in legno.
“Un tavolo per sei”.
“Certo, siete proprio fortunati, è l'ultimo rimasto”.
Il locale era pieno di gente che parlava e il cameriere con passo sicuro ci portò giù per una rampa di scale.
Due muri in pietra umida stringevano un tavolo anch'esso di pietra, cancellando i capotavola.
Il ragazzo con il grembiule e la camicia non ci lasciò neanche il tempo di provare a lamentarci per il posto che salì al piano di sopra.
Eravamo tre di fronte a tre, i miei piccoli stupidi continuavano a tirarsi della roba e dovetti sequestrargli i coltelli.
Tornò solo dopo dieci minuti un altro signore, alto coi baffi a prendere le ordinazione.
“Pizza”.
Dico io per ultimo.
“Come la vuole signore?”.
“La più buona che avete”.
“Faremo del nostro meglio signore”.
E si allontanò.
Passò circa una mezz'oretta e mia moglie aveva già picchiato i marmocchi e discusso con sua madre.
Il nonno giocava a carte da solo in un appassionante solitario e io guardavo fisso la punta delle mie scarpe con lo sguardo di uno che è condannato a morte.
Le mani giunte come se stessi dicendo il rosario.
Arrivano le portate:
I funghi all'aceto per i miei figli.
Pomodorini cotti con ketchup.
Tre pesci spada, crudo, cotto e ben cotto per il nonno.
Una fettina di pane con olio e sale per la nonna.
La mia pizza ancora non si vede.
Aspetto che gli altri abbiano finito e solo quando mio suocero mangia l'ultimo pezzo, apre la porta il cameriere con la mia pizza.
Il posto faceva schifo, la giornata faceva schifo ma finalmente una bella pizza.
“Ecco la specialità della casa, ci scusiamo ma la pizza era finita e avevamo avanzato qualcosa dal nostro fornitore, il barbone qui all'angolo”.
Lasciò il piatto sul tavolo e uscì dalla stanza in una sonora risata.
Un piccione. Non spennato. Non pulito. Ancora insanguinato era stato servito sopra un piatto cosparso di lattuga andata a male e bucce di banane.
Il piccolo corpo ancora con le interiora era stato riempito di mostarda.
“Allora non mangi tesoro? Avevi così tanta fame”.
Salta su mia moglie.
Assaggio il primo morso e provo a non vomitare.
Al secondo non riesco ad evitare di espellere ciò che sto mangiando.
Al terzo credo di essere morto.

domenica 10 agosto 2014

Rugby al supermarket

Corsia quattro, secondo scaffale sulla destra, quello dei surgelati.
Non dimenticherò mai quel giorno del '78 quando io, povero cassiere incontrai quel gigante.
“Dove sono i calamari?”
chiese con tono gentile.
Io, piccolo, smilzo e con le braccia grosse come un suo dito risposi con una vocina che non so come fece a sentire.
“Sono al quinto scaffale signore”.
E se si arrabbia … forse non vuole essere chiamato signore … panico!
Ciò che mi frullava nella mia testa in quel momento.
Grazie”.
Si girò e davanti a me due spalle di dimensioni orbitali.
Chissà cosa faceva per essere così grosso quello lì. Era più forte di me il desiderio di sapere come faceva … presi un po' di coraggio, mi tirai su i pantaloni, mi stirai la camicia con le mani, petto in avanti e domandai.
Scusi signore cosa fa per essere così grosso?”.
L'uomo con i capelli alle spalle e le spalle enormi, e il naso un po' schiacciato, ma pur sempre un bel signore sulla quarantina, forse allora ragazzo che metteva una tremenda paura a uno come me mi spiegò.
Io gioco a rugby amico mio”.
Quello sport pericoloso in cui tutti si picchiano?”.
Allora la sua fronte si aggrottò e il viso diventò più scuro, il tono di voce alterato.
No, non è quello sport”.
Capì dal tono che cercava di spiegarmi qualcosa.
Allora, lui cominciò a parlare, ma io non ascoltai. Mi fermai a guardare dentro i suoi occhi per capire cosa aveva visto.
Si vedevano campi e persone con divise, sangue e terra, fango e pioggia, saliva e tatuaggi, paradenti e bestie di uomini. Poi guardai ancora un po' e vidi eroi e arcobaleni, fate e cavalieri, lealtà e coraggio, piccoli uomini con piccole spalle, macchiati anch'essi di sangue e di un amore infinito.
...E questo è!”.
concluse deciso l'omone.
Non passò molto tempo che io e lui ci rincontrammo su un grande prato, che non ricordo come fosse messo. Ricordo solo che un uomo più basso di me, più magro di me, mi portò la maglia numero undici. Ed ebbi il privilegio di giocare, io, commesso, magro e basso, accanto a quel gigante di due metri che mi strinse l'occhiolino.

sabato 2 agosto 2014

Materix Moxyt

Materix Moxyt si trovava esattamente al centro di un piccolo pianeta a nord dell'orsa maggiore.
Aveva tutte le possibilità che voleva di avere soldi e fama, laggiù, in quel piccolo puntino verdastro che vedeva ogni sera prima di addormentarsi sul suo giaciglio d'erba dorata.
Era una di quelle persone normali, lavorava per la Nasa ed era stato mandato sette anni prima nello spazio alla ricerca di qualcosa di nuovo, magari qualcosa impossibile da vedere dalla terra.
Non era mai più tornato, nessuno sapeva più niente di lui, ma lui sapeva tutto di tutti.
Sapeva che era considerato morto, siccome una volta, un palloncino rosso a forma di cuore con la scritta Materix era volato proprio vicino al piccolo pianeta in cui si era stabilito.
Lui non sapeva come faceva ad essere ancora vivo, non sapeva nemmeno cosa mangiava.
Coltivava un piccolo orto e si era portato con sé lassù un sacco di bei ricordi.
Delle sere con gli amici, delle risate a giocare a carte, delle lettere senza risposta, delle canzoni, dei sorrisi delle sue persone.
Aveva trovato lì su quel suo piccolo pianeta, insieme a qualche animaletto che poteva vagamente somigliare a un cane terrestre, aveva trovato lì ciò che sulla terra aveva cercato ma sempre senza buoni risultati.
La piccola casetta era scavata dentro una grande grotta e ogni tanto, sempre in perfetto orario però, beveva un sorso di tè mentre guardava le stelle cadere seduto sul suo piccolo pianeta.
Qualche stella lo abbagliava per la sua bellezza e maestosità, illuminate di gioia lasciavano nello spazio blu, come il mare laggiù una striscia di magia gialla ...

sabato 12 luglio 2014

DREAMS of DRIVERS

Lex guidava la piccola bicicletta nel cortile di casa.
La amava tantissimo, era una bici bianca e rossa con una lunga sella e un manubrio largo più delle sue spalle.
Aveva sempre i capelli spettinati, lunghi a coprirli le orecchie e di un castano scuro.
Gli occhi del tredicenne dentro il casco erano cattivi e arrabbiati. Era un casco che gli regalarono i suoi nonni tempo fa, quando ancora era piccolo.
Era un casco blu che gli copriva totalmente il volto, non aveva visiera, proprio per quel motivo si vedevano bene i suoi occhi dolci e cattivi allo stesso tempo. Gli occhi di un ragazzo e quelli di un pilota.
Aveva ogni attimo stampato nella mente, stampato nel sorriso e nell'espressione del naso.
Faceva avanti e indietro da una discesa di asfalto disfatto mescolato a della sabbia che impediva di frenare bene.
A proposito di freni, funzionava solo quello destro, ma come funzionava quel freno non funzionavano sei paia di freni da bici da corsa.
Quella piccola bici sarebbe stata adatta a un bimbo di cinque anni ma lui … lui riusciva a incastrarci le gambe e ad andare forte su piste mai viste, mai toccate, contro avversari mai visti e mai esistiti.
Lui era uno dei tanti, uno dei ragazzini di quel paese e di quella nazione che un giorno sognava di diventare pilota.

domenica 6 luglio 2014

BLACK JAZZ FREE BAND ... ANDY MARTIN

Andy Martin era un ragazzo dai capelli rossi tinti che fumava una volta al giorno una sigaretta, una di quelle che estraeva dal pacchetto Marlboro.
La cenere gli cadeva sulle scarpe che si muovevano al ritmo dei piedi che calzavano un bel quarantotto mentre lui avrebbe dovuto portare solo uno scarso trenta nove.
Le leggende dicono che ci stesse dentro quelle scarpe per il semplice motivo che erano piene di mozziconi dal lontano '37 e dire che lui era nato solo nel 1940. Il 31 febbraio del 1940.
Sua madre gli aveva comprato un basso ancora prima che lui nascesse e appena respirò, e non respirò aria pura ma aria firmata sigarette del padre, appena aprì gli occhi e mosse le mani cominciò a suonare il suo meraviglioso e costosissimo basso.
Così almeno racconta sua madre ogni qualvolta qualcuno aprisse il discorso “Suo figlio se la cava con la musica”.
In realtà probabilmente Andy non era nato ne il 31 febbraio ne aveva mai toccato quello strumento prima dei quattro anni quando cominciò a suonare nella migliore scuola del paese. Dove prendeva lezioni dal miglioe maestro di musica del paese.
Andy era qualcosa di sublime quando delicatamente sfiorava le corde con le mani pulite da bravo ventenne Inglese.
Andy è l'ultimo componente in ordine sparso della Black jazz Free Band.
Era quello che quando si suonava, che quando si suonerà, che quando si suona, ha sempre gli occhi coperti da un paio di occhiali col telaio nero e le lenti rosa, attraverso i quali la vita ha tutto un altro gusto.

lunedì 30 giugno 2014

BLACK JAZZ FREE BAND ... TOBY

Toby aveva la faccia da uno che ne sapeva eccome della vita.
Toby era un hippie sognatore che si godeva veramente tutto ciò che aveva e spendeva i soldi senza freno.
Toby aveva in camera sua a casa di sua madre un enorme poster dei Beatles che copriva completamente tutta la parete. Conosceva ogni singolo pezzo dei quattro di Liverpool.
Toby con lo stile di quella band non centrava un granché, quelli suonavano Jazz e invece lui suonava, o meglio cantava qualcosa che con il Jazz non aveva molto a che vedere.
“Sei un hippie e noi qui gli hippie non gli prendiamo”
tuonò Peter Cry la prima volta.
“E tu che ne sai … magari è bravo!”
Si intromise Gary Wilson.
“Sentiamolo”
Disse Billy.
Toby si mise a cantare con una voce sottile e grossa allo stesso tempo. Una voce che faceva venire i brividi e risuonava forte tra le pareti della casa delle signora Green.
Toby cantò i primi due versi di Hey Jude poi Billy lo fermò.
“Questa non è la musica che suoniamo noi. Neanche quella che mai canteremo. Noi cantiamo la musica degli schiavi e quella dei sognatori. Dici che ne saresti capace?”
Toby si guardò le scarpe e con aria da sapiente rispose intonando una canzone di libertà che cantavano nelle piantagioni del Mississipi.
Billy non gli lasciò il tempo di finire neanche questa.
“Di là c'è il microfono e tu cominci subito a provare”.
Si mise a ridere e gli batté il cinque.
“Ragazzo mio … John Lennon ti verrà a chiedere l'autografo”
Disse Peter Cry che alla fine a prenderlo era stato convinto dalla faccia sorridente del miglio saxofonista.

martedì 24 giugno 2014

BLACK JAZZ FREE ... DAVIS GREEN

Davis Green era alto, bianco, portava un paio di occhiali tondi e lavorava come avvocato.
Padre di tre figli e bravo marito.
Era la perfetta e classica famiglia americana, una di quelle famiglie modello. Avevano perfino il cane che non osava mai aprire la gamba per imbrattare la moquette rossa che si trovava sul pavimento.
Davis era un uomo acculturato e ben istruito, uno stipendio alto e un giardino ben curato.
Un vero e proprio uomo.
La moglie Jaline era francese e la sua pelle chiara coi capelli biondi ben pettinati e cotonati si intonavano a pennello con le pareti chiare della villetta in cui vivevano.
Nessuno però avrebbe mai detto che Avv. Davis Green suonasse meravigliosamente la batteria.
Davis Green era davvero il migliore di sempre a suonare la batteria.
Sedeva sul seggiolino ben vestito, con la giacca nera e la camicia bianca che sfilava meravigliosamente sui fianchi.
La cravatta al collo si muoveva poco ma quelle bacchette sui tamburi si muovevano eccome.
Era sempre composto. Non urlava e non si agitava mai neanche a suonare la batteria.
Mi ricordo la volta in cui il chitarrista si girò e gli mise in testa una fascia a stile Rambo.
Davis minacciò di lasciare il gruppo.
Alla fine rimase convinto da Billy che ti faceva sempre cambiare idea.
Davis Green era davvero sempre Green, sempre candido e pulito.

BLACK JAZZ FREE ... JEREMY COLLINS

Jeremy Collins era un nero di Philadelphia. Aveva circa venticinque anni e guidava una Ferrari rossa che diceva di aver comprato ad un asta per venti cinque dollari.
Era un matto la legare.
Fu arrestato due volte perché girava ubriaco e nudo sulle rotaie delle metropolitana.
Un ragazzo sulle quali giravano strane voci, si diceva che forse era nel giro …
peò un ragazzo semplice, capace di trasmetterti una gran voglia di vivere e di non andare mai a letto.
Jeremy suonava la tastiera. Diceva che gli aveva insegnato Mozart quando era piccolo e poi diceva che aveva aiutato a dipingere la Gioconda.
Insomma, era davvero fuori.
Però quando si trattava di suonare la tastiera lo faceva come un Dio, come qualcuno che è nato con quella roba in testa, con le note incise nel cervello.
Jeremy era rimasto orfano durante un incidente aereo dove lui era l'unico soppravvissuto. Uno dei tanti casi disperati che se non fosse per la musica, ma forse a salvarlo nopn bastava neanche quello, sarebbe già morto ammazzato.
Jeremy era davvero un folle.

lunedì 23 giugno 2014

BLACK JAZZ FREE... PETER CRY

Peter Cry era il manager dei Black Jazz Free.
Era un ragazzo bianco sulla trentina, non aveva una vera e propria casa e indossava sempre un cappello nero ed una lunga giacca di pelle che strisciava per terra.
Peter viveva in un centro assistenza poveri, una cosa del genere e la famiglia Baker l'aveva preso a vivere sotto la loro custodia.
Da lì cominciò la sua vita come manager, siccome Billy ne cercava uno.
Portava degli occhiali con un telaio di dimensioni sproporzionate e non riuscivi mai a vederlo senza una sigaretta in mano, fumava per lo stress e per la fretta. Fumava perché diceva che fumare lo faceva più intelligente e aveva più un aria da manager di una grande band.
Cry era il cognome falso, in realtà si chiamava Peter Baker, ma siccome una notte di primavera gli amici lo trovarono davanti alla tv a guardare film da quasi trenta due ore di fila, gli occhi piangevano senza finire e fu chiamato Cry.
Era un ragazzo che ci sapeva fare di brutto a gestire tutto e gli piaceva anche. Lui un posto dove suonare lo trovava sempre.
In più usava spesso per esprimersi frasi che gli saltavano in mente. Frasi con una dolce dose di poesia e di amarezza.