lunedì 1 giugno 2015

LA VERITA' SULLA BALENA

Pot Pirì era un francese con due baffi da inglese e lo sguardo da americano.
Viveva in un monolocale in centro a Parigi, sulla Senna.
Non aveva lavoro e non aveva famiglia. Possedeva solo un inseparabile bianco.
Pot Pirì stava tutto il giorno affacciato alla finestra e parlava con se stesso.
Si raccontava di tutto, dalle notizie sportive che sentiva alla radio, al finale dei libri più belli alla faccia della gente che vedeva passare sotto casa sua.
Poi, ogni volta, verso il tramonto, quando il sole si bagnava nell'acqua del fiume e piano piano si spegneva, riprendeva a raccontare la bella storia che aveva cominciato anni prima.
Era una storia che parlava di una balena che viveva nell'oceano Atlantico e vedeva tutto e conosceva il mondo.
Era una balena che aveva vissuto in Africa, in India, in Cina.
Aveva mangiato un sacco di cose buone e di cose strane.
Era una balena di un colore azzurro irreale, con lunghe pinne e un grande muso.
Era diversa dalle solite balene, aveva un naso da pagliaccio e due occhi di una ballerina del Moulin Rouge, con le ciglia lunghe.
Le labbra erano quelle di sua madre.
Bellissime.
Questa balena non aveva uno scopo preciso nella vita, lei viaggiava.
Pot Pirì se la immaginava sempre sotto una scogliera bianca, che nel silenzio della sabbia e della roccia, alzava la sua coda e la testa, schizzando l'acqua in alto, per poi ricadere con il suo peso in mezzo al blu e quindi un gran frastuono tra le onde del mare che profumavano di sale.
E poi ancora rumore, forte e tutto a un tratto un silenzio di pace e la tranquillità delle pinne che sbattono. Era bello viaggiare là... sulla balena.
Era bello vedere il mondo, parlare con persone strane e deformi. Era bello fotografare le albe in Giappone e i tramonti in Islanda.
Poi ogni sera, finito di viaggiare, Pot Pirì leggeva, oppure, si sdraiava sul davanzale con i fiori, quello della cucina, tutto curato, su uno sdraio bianco sempre freddo che dava i brividi alla schiena.
Alzava lo sguardo per guardare le stelle ma si addormentava sempre. Con gli occhiali e le scarpe.
E mentre dormiva sognava sua moglie e la sua fabbrica di biciclette.
Poi si svegliava e viveva il suo viaggio preferito.
Ecco la verità sulla balena: la balena andava dove voleva.

lunedì 25 maggio 2015

ANCHE SE PIOVE SI CORRE

La mattina calda che stava aspettando Derry, non arrivò mai, anzi … la pioggia batteva forte sul tetto e sulle finestre, quindi aveva subito salutato la speranza di poter andare a giocare nel parco.
La mattina di quel sabato, arrabbiato per il brutto tempo, il ragazzo si sedette al tavolo e cominciò a mangiare la sua ciotola di gustosi Corn-Flakes.
Sicuramente avrebbe passato la giornata a giocare al PC.
Così, giusto il tempo di andarsi a sedere alla scrivania che era già rapito dal nuovo gioco.
Tutto preso dalla voglia di sparare al prossimo alieno, sbagliò e cliccò su una pubblicità di quelle dei film e dei vestiti.
Ecco però che non si apre la solita pubblicità perdi tempo, ma un brutto virus arresta tutto il computer.
Chack, piuuuu, f-bom, catan.
Ciocca perfino il monitor.
Così Derry, con la noia che cominciava a salire e a corrompere tutte le sue parti gioiose, si buttò nel suo letto con un tuffo sconsolato.
Sbattendo contro il letto lo mosse ed ecco che un libro impolverato cadde dal ripiano più alto della libreria adiacente.
Un libro rosso, con la muffa.
Derry lo aprì, tanto per vedere se si trattava di un manuale di trucchi per i giochi, ma fu colpito dal fatto che erano pagine bianche, una dopo l'altra, pagine vuote, immacolate.
Scorse tutte le pagine annoiato e alla fine una busta. La aprì e lesse:
Caro scopritore di questo tesoro
-Come se potesse essere un tesoro- pensò...
sei fortunato a trovare questo libro di pagine bianche.
Ti lascio qui un indovinello, che ti farà aprire gli occhi se gli hai chiusi tempo fa:
Ciò che tu pensi che sia, sicuramente non lo è.
Ecco perché è bello, perché sembra un castello ma in realtà è un martello.
Ciò che vedrai, non è detto che sarà bello, ma sicuramente sarà meglio di un incornata di un torello.
Una stronzata!
E Derry buttò a terra il libro, tirò fuori il cellulare e provò a vedere la connessione, ma comparve un AVVISO:
Mi ignori per caso?
Metti via sto coso e cerca i folletti!Messaggi incomprensibili ovunque e ansia che partiva dai piedi fino ad arrivare al cervello.
Poi, guardò verso il muro bianco e vide un ombra grande.
Un folletto!
Un folletto vero camminava per il muro.
Derry scoppiò a urlare e si buttò di corsa dentro la doccia, in un angolo, rannicchiato a piangere.
La luce saltò, lui era solo in casa e le ombre si avvicinavano a lui, vicine, sempre di più.
Arrivò un folletto con in mano il libro rosso e mentre Derry urlava immobile, il piccolo uomo gli porse la raccolta di pagine bianche e disse:
“Ignorami pure se vuoi, ma io non ignorò te.
Hai per caso una risposta all'indovinello?”
Silenzio.
“Immagino di no, oggi voi ragazzi ai folletti non ci credete e se ne vedete uno impazzite … una volta ridevano e saltavano di gioia …
Ascolta, io ti do la risposta e tu mi prometti mi ascolterai!”
Derry annuì con il cuore in gola.
“Era ovvio: il tempo bello mio. Cambia le forme, cambia il suo scorrere, non sempre puoi contarlo e non sempre porta cose belle, ma sicuramente, è meglio usarlo che buttarlo”.

Derry si svegliò, la giornata era piovosa, il sole era in ferie.
Andò al parco a correre con le scarpe un po' rotte. In un angolino di totale normalità, pieno di sassi e cemento, a cui non avrebbe mai fatto caso, non poté non notare una tartaruga viola che mangiava tre foglie di insalata.
Colpito dalla natura, si sedette sul marciapiede e ripensò alle pagine bianche, che il tempo, e solo lui, potrà scrivere.

venerdì 22 maggio 2015

PIACERE, SENTITO

Mentre il treno fingeva di arrivare,
con la sigaretta fatta di carta di giornale fra le dita,
io sedevo con la carta che s'illumina e scrivevo una storiella su una ragazza fin troppo bella.
Avevo la sensazione che il treno non si sarebbe più fermato in quella stazione.
Il conducente non avrebbe avuto il coraggio e non avrebbe frenato.
Io me ne sarei stato sulla panchina ancora per molto.
Mi sento ora, che so che di certezze certe non c'è traccia in questa esistenza,
spoglio della pelle di sogni che mi ero fatto.
Mi sento ora,
con lo sguardo più vuoto, non provo piacere nell'intimo gesto di rimanere da solo,
mesto.
Appoggio ai miei pensieri, un ricordo dolciastro che mi tocca la mente e mi cade per terra.
Non è sangue quello che goccia anche se vicino a me ho una rivoltella.
Non è amore quello che provo,
ma semplice piacere della mente persa.
Così mi allontano nel mare, nuotando ad ampie bracciate e provo il dolore di una medusa di cui m'ero dimenticato.
Non facciamo più niente, rimaniamo qui fermi, assaggiamo il pane di tutta la gente.
E le vedi le facce e riconosci gli sguardi di quelli veri e di quelli bugiardi.
Vorrei stare a capire, in aula gigante, il mondo e la fisica
di questa parola che corre sola e sporca la pagina.
E le vedi le donne, un giorno avranno tutte le gonne.
E la vedi la guerra, che non dichiarata arriva vicino
e ti squarta la pancia.
Si vedono i cannoni,
i giudici corrotti e lo stato fasullo,
che circonda i colpevoli di rose profumate.
Lo vedi il dolore del signore comune, che paga le tasse e muore di fame.
Lo vedi il mare che è più lontano e io non ci nuoto,
altrimenti mi pungono ancora.
Mi sento ora, con la faccia felice, mentre poi guardo la gente che uccide,
mi sento ora bambino viziato.
Bestie di uomini e uomini bestie, il mondo è ammalato e sarà un paziente difficile.
La speranza che nasce e quella che muore, noi
siamo come il tempo che toglie la noia, cancella il dolore,
ma porta per forza delle nuove ore.

giovedì 21 maggio 2015

IL CLOWN


Il clown ha la doppia faccia, sembra indifferente, ma è sempre troppo felice.
Il clown ti ride alle spalle, parla di te. Il clown sa tutto ma non te lo dice. Il clown dice agli altri di non dire ciò che sanno su di te. Ti deride, ti sfotte, ti odia.
Il clown è il bullo della scuola, la ragazza che sogghigna con i denti storti.
Il clown non sopporta di perdere, può solo aver ragione. Il clown tradisce, tradisce tutti.
Il clown è sempre il solito, il clown va evitato.
Il clown non è quello con il naso rosso che diverte i bambini, ma il clown è quello che non si mette niente e resta falso, fingendo di essere giusto.
Il clown lo siamo un po' tutti, ma veniamo costituiti da questo ruolo, quando ammettiamo di esserlo o di aver sbagliato. Che non è detto che sia sbagliato … ho visto tanta gente bella che faceva il clown. Tanta gente che però non era vera.
La gente vera la riconosci perché sa di essere un disastro completo, perché barano ma gli rode la coscienza, la gente vera non indossa maschere se non per carnevale.
La gente vera sa di poter contare su i clown, perché vincono sempre.
Così tutti finiamo in mezzo ad un complesso giro di affari sbagliati e di doppie facce da brividi. Sono meglio dei cecchini a mimetizzarsi i clown.
Scopri a volte, come per caso, anche se caso non è, che ci sono certi tipi che credevi veri, ma che t'hanno fregato fin dal principio.
Ecco tutto. Ecco qui i veri clown del mondo. Quelli che si incontrano per strada senza palloncini e trombette.
Eccoci qui a rimproverarci della nostra falsità e ad applaudire a chi si sente la coscienza sporca.
Ci vorrebbero più clown colorati, con i pantaloni larghi e le scarpone, i bottoni grandi e gli occhi divertiti per il sorriso di un bimbo.
Ci vorrebbero dei clown veri ...

giovedì 14 maggio 2015

PESSIMISMO, NATURALE


Le piante in mezzo al deserto muoiono, a meno che non abbaino la pelle grossa e grandi spine.
Le piante in mezzo al destro non sono niente. Non hanno l'acqua.
Ve la immaginate una rosa o una viola piantata nella sabbia?
Secondo me però, alle persone non succede molto diverso.
Ogni tanto rimaniamo in mezzo ad deserto completo, senza un appoggio, un punto fisso …
Nemmeno nel cielo, le stelle non stupiscono più.
Passa qualsiasi voglia, ti si chiude lo stomaco e non riesci nemmeno a formulare due frasi di senso compiuto per giustificarti.
Succede quando si viene lasciati soli in mezzo al nulla per aver sbagliato.
Ma non sbagliato a non mettere via la pedana dopo la doccia, sbagliato il senso profondo di qualcosa.
Quando ci si rende conto ogni tanto, che insomma, tu davvero non hai capito niente e chi pensavi invece l'avesse fatto ti ha preso in giro.
Poi ogni tanto, prima di partire per il deserto, il tuo deserto, qualcuno ti viene a dire che hai i difetti sbagliati, nel senso: Sei appiccicoso, mi sta male, ti volevo geloso.
Ecco, dopo ciò si parte per il deserto.
Vieni piantato come un viola in mezzo alle grandi dune e chi s'è visto s'è visto.
Poi mentre se lì piantato, ti tornano in mente cose che però non torneranno più.
Non riuscirai a sopravvivere molto senz'acqua nemmeno tu, ma noi siamo fatti per cambiare, per muoverci e quindi andare alla ricerca dell'acqua, trovarla e salutare con una linguaccia chi ti aveva lasciato là in mezzo …
Così sei fresco di mente, ragioni.
Così dopo aver bevuto hai l'acqua per piangere e per pisciare.
Stai meglio e vuoi tornare a casa.
Ma a casa da chi?
Se quando eri a casa nessuno ti capiva, è meglio fermarsi in qualche piccola casa di qualche sconosciuto in mezzo al deserto. Se ci fossero case là in mezzo … case con un camino … un maglione bianco e un palloncino rosso appeso al davanzale.
Ma non c'è niente di tutto ciò. Il deserto è desolato e tu dentro fai fatica a respirare.
La gente si è dimenticata di te come di un sogno. Eri partito bene ma hai voluto continuare e alla fine è stato peggio.
Resti in mezzo ai granelli di sabbia a contemplare il cielo e parlare con Dio.
Alla fine di tutto, non ti resta che vivere.

mercoledì 13 maggio 2015

IL BIMBO E LA FATA


Leonardin c’aveva sette anni.
Era altino, con una bella pancia e l’apparecchio, perché aveva pure i denti storti.
Gli occhiali no, quelli li usava solo per leggere.
Milac invece aveva diciannove anni, non era né sua sorella né sua madre.
Era una tipa un po’ strana, con i capelli viola , la frangetta e gli occhiali rossi.
Milac era la sua fata. Non la fata dei denti, nemmeno una fata che portava i regali, era la fata dei sogni, del futuro e la fata dei consigli.
Seguiva il piccolo bimbo tondo ovunque lui andasse.
Era bellissima, con le ali leggere e bianche e i vestiti piccoli, come lei, teneri, come Leonardin.
La fata era la salvezza di quel bimbo cicciottello, lei lo aiutava quando combinava dei disastri e per quanto fosse piccolo i disastri li combinava grandi, perché lui voleva essere grande, voleva fare grandi passi, ma spesso a farli troppo grandi si mette il piede male e si cade indietro, nel profondo.
Un giorno Leonardin chiese a Malic: “Io e te saremo amici per sempre?”
Con il tono banale di un bimbo piccolino.
“Per sempre!” rispose lei.
Poi gli anni passarono più veloci del previsto e le cose succedevano in sequenza, perfino con troppa naturalezza. Senza stupirsi il piccolo era diventato grande e aveva intrapreso strade complicate, continuava a mettersi nei guai senza riuscire a uscirne perfettamente.
Ogni cosa che aveva stava pian piano scomparendo. I vecchi cominciavano a morire e i giovani a non vivere.
Così il piccolo bimbo ormai cresciuto era confuso. Le persone passavano ore e ore davanti ai display dei telefoni e dei computer, senza mai provare emozioni vere.
Quando tutto poi cominciò a cadere, le città per i terremoti e le civiltà per il petrolio, il piccolo cercava l’amore, ma anche quello ormai stava andando via, l’aveva combinata grossa un’altra volta.
Triste e sconsolato, mentre stava pensando in un parco la sera desolato, ecco volare da lui la fata con i capelli viola e la pelle chiara.
Lui non fu stupito nel rivederla: “Mi avevi detto per sempre”
“Ti ho detto per sempre, non per sempre così … magari meglio!”
Lei si rimise sulla sua spalla dopo tanto tempo ormai e ricominciarono una vita insieme che sapeva di stranezza e che faceva venire voglia di vomitare per l’ansia che provavano del giudizio altrui.
Chissà come avrebbero chiamato, che nomi si sarebbero inventati le persone per  Leonardin e Malic che ancora una volta, dopo essersi persi nella giungla del mondo, erano tornati a vivere insieme.

mercoledì 6 maggio 2015

RELAZIONE MUSCOLOSA



Verso l'una di di notte, con lo sguardo stanco e il passo lento, i piedi che strisciano e l'alito di menta, lui cammina verso la cucina.
Mentre il mondo fuori è spento.
L'estate non è così lontana come sembra.
Un bicchiere d'acqua fresca, un sospiro e uno sguardo neutro su un muro bianco.
Come se fosse un cavaliere incaricato di salvare il mondo, lui riposa il bicchiere con una strana precisione nello stesso punto di prima.
Il tempo scorre sull'orologio grande appeso nella sala come fosse un trofeo di caccia.
Il pavimento di legno scuro, illuminato da una lampada rossa, fa comparire ombre mai viste.
Sul divano due pezzi di pizza alla cipolla freddi e un anello dimenticato per la frenesia.
Due ore di piccole coccole e qualche parola sussurrata al gatto nero che dorme.
Verso le tre di notte, lei si alza dal letto, scoprendo le gambe bianche e a piccoli passi si avvicina verso la sala, a finire la pizza e ricordarsi dell'anello. Ha i capelli spettinati e la maglia stropicciata.
Un morso e un bicchiere di vino rosso avanzato almeno da Natale.
Non c'è una parola che voli, nemmeno un gemito, un accenno col capo.
Tutto è silenzio.
L'inverno non è poi così vicino.
La struttura di un articolo di giornale fa quasi ridere, e lei ride. Come se sapesse fare tutto.
Lui ha sulle guance del lucidalabbra appiccicoso e il gatto fa le fusa.
Lei ha sulle braccia un odore di dopobarba che non è per niente male.
I denti bianchi affondano poco elegantemente nel pomodoro e nella mozzarella.
Non è proprio educata, si è perfino macchiata lei.
Lui ha imparato a mangiare ma è sempre gobbo con la schiena, un vizio che non riesce a togliersi.
Più che un vizio, un grave errore di postura.
Le sue labbra, di lui, sono tagliate dalle gomitate e da qualche pugno che forse non era necessario per comprendere.
Le spalle di lei sono ricurve in su, come una continua risposta scontata che dice: ovvio.
I due ancora non si parlano.
Lui con il respiro profondo e la posa da orso.
Lei con il passo leggero e il modo di comportarsi come quello di un uomo.
Non si chiamano nemmeno “Amore”. Si chiamano per nome. Il divano macchiato di sugo e l'anello infilato al dito.
Tutti e due si alzano e vanno a dormire.
“Scusa te! Dove vai?”
“A dormire. Vieni con me.”
Con i muscoli contratti e le ossa fragili abbastanza da rompersi in continuazione, i due andarono nel letto, su un materasso bianco, con la finestra aperta chiusero gli occhi per una notte che di amore non aveva visto niente, ma che di loro aveva visto tutto.

martedì 28 aprile 2015

GIGIO'NE E IL SUO PENSIERO SU UN MONDO TROPPO TONDO

Gigio'Ne aveva otto anni, frequentava la terza elementare e non sapeva neanche molto bene l'alfabeto.
Con i capelli scuri e gli occhi scuri, vestito di bianco e arancione, sedeva nel secondo banco della prima fila a partire dalla porta finestra che dava su un giardino carinissimo.
Quel giorno, la maestra gli aveva affidato un compito che forse non era così facile come poteva sembrare: Scrivete 10 cose che amate.
Facile no? Aveva pensato il piccolo. Più ci pensava però, più era complicato trovare qualcosa che amasse davvero. La maestra gli chiese se aveva svolto l'esercizio e con il sorriso sul volto gli disse: “Leggimi ciò che hai scritto Gigio!”
Cominciò dal secondo posto, il primo nella classifica lo lasciò per ultimo, per il semplice fatto che non l'aveva scritto.
1
2 La mia famiglia
3 L'Aria
4 Gli amici
5 Il pallone di mio babbo
6 Il rossetto di mia mamma
7 Una foto con la mia famiglia da piccolo
8 La mia bici
9 L'arrosto di nonna
10 Il mio copri piumone
“Bravo 'Ne, ma manca il primo, hai qualche idea?”
“Si”
“Quale?”
“Il mio cane”
Risata generale dei compagni e sorrisino della maestra.
“E come mai Gigio?”
“Facile, perché a lui non frega niente se parlo da solo, se urlo contro il muro, se gioco con i capelli, se guardo fuori, se picchio la mia gamba, se sono arrogante, se faccio l'antipatico, se mi sporco con il gelato. Lui non mi dice di stare zitto, e non lo dico a lei signora maestra, ma io odio chi mi dice che non posso parlare.
Sa, dovrebbero cominciare con lo stare zitti loro! Siamo tutti belli, bravi e saggi, fin quando non ci puntano addosso il dito e questo mi fa arrabbiare!
Ho letto su un giornale che dicevano che la gente che parla molto sta antipatica, perché sembra piena di sé, diciamolo, un po' patacca detta terra terra maestra. Da quel giorno io non sto zitto un minuto. Imparano ad ascoltarmi! Loro stanno tutti zitti così io parlo e parlo e parlo ma non mi capiscono comunque.
Micca che se sto zitto divento simpatico o cominciano a comprendermi eh! Sono bello insopportabile, ma almeno non me ne sto in silenzio senza sapere cosa dire.
Io qualcosa da dire ce l'ho, gli altri nove punti potrei descriverglieli perfettamente, con i motivi precisi per cui gli ho scritti, ma io se me lo permette signora maestra preferisco andare a leccarmi con il mio cane, che mi capisce anche se non parlo!
Scusate il disturbo, domani non ci sono. Sono a infangarmi in un prato. Ci vediamo quando dopo questo discorso, saprete cosa dire!”
E così, con la modestia giusta e quel pizzico di arroganza consapevole, uscì dall'aula e non si vide mai più. Gigio'Ne in realtà è ancora a correre in un prato desolato, lontano dall'incomprensibile e spettacolare mondo umano, che continua a persistere sul fatto che questo mondo sia tondo.

giovedì 23 aprile 2015

L'ODORE CHE C'È QUA!

L'odore della mia città è uguale a quello del mio papà.
L'odore della mia città è come quello della felicità.
L'odore della mia città è un odore di velocità, con il suo circuito e il suo palazzo antico.
Poi per strada becchi un vecchio rintontito, ma l'odore è quello della gioventù.
Ha un profumo che mi ricorda quando eri tu che mi abbracciavi.
Per la mia città hai un gelato tra le mani e hai lasciato a casa il portachiavi colorato.
Non mi sono mai sentito tanto amato.
La città d'inverno è un teatro abbandonato, con i negozi grigi e la gente in biblioteca, le ragazze coi giacconi e niente gambe all'aria aperta.
Tutto è fermo, immobile, come dentro una teca.
Poi arriva la primavera, di soppiatto, senza farsi sentire, come una pantera. Nera.
Gli occhi della gente puoi veder che cambiano, adesso si esce in bicicletta e se c'è una strada la percorri tutta, senza tornare indietro con il volto rosso per il freddo chiamando come un bimbo piccolo la tua vecchia “Dada”.
I giardini si riempiono di fiori e tu lo vedi il vecchio rintontito che è già più sveglio, con un nuovo vestito, corto, che si vedono le rughe fino sui polpacci.
La gente comincia a fischiare perché se lo sente, e se lo fai, in primavera in piazza non sembri un deficiente. Lo fanno tutti di fischiare agli uccellini nel vento, credetemi che non mento.
La scuola sta finendo, gli esami stanno arrivando, l'estate è più vicina e la bionda per la strada ti fa ridere per come cammina. Con la s calcata e i denti a posto, un bracciale che gli occupa tutto il posto del corpo.
Il profumo della case che esce dalle finestre, i rumori dei piatti che cadono e quello delle minestre.
Le parole di mamme non ascoltate e gli sbuccioni di tremende scivolate.
Il voto in matematica che ti fa ancora male, ma è meglio non pensarci, diamo la colpa per i compiti non fatti al maiale.
E te lo vedi il vecchio che ti passa in bicicletta con la pedalata lesta e una bianca camicetta.
Sta andando a vedersi le corse e per sua moglie a comprarle almeno due borse.
Ci si alza con il vento e si dorme con il ventilatore spento.
L'odore della mia città in primavera è quello della felicità.
L'odore della mia città è come quello di quella ragazza là.

giovedì 16 aprile 2015

GNOMI DELIRANTI

In un tempo lontano, in una notte buia e tempestosa, quando i piccoli dormivano e il bosco era in silenzio, due gnomi, dispersi negli alberi e nella loro vita, si trovavano in un piccolo bar per gnomi, con l'insegna: “Qui si sta caldi”.
Sedevano su due sgabelli di legno, con una luce fioca che illuminava il bancone e due sguardi che dicevano più di duemila parole.
Mangiavano una bacca ciascuno e in mano un bicchiere di succo di fragole selvatiche.
Fuori la pioggia cadeva sempre più forte, contro il tetto, contro le finestre.
Loro due gobbi che mangiavano.
Si chiamavano Jigi e Giel.
Erano due gnomi della classe sociale media, senza famiglia, due bravi lavoratori.
Non si conoscevano eppure erano così simili …
“Noi due non siamo due che parliamo molto vero?”
chiese Jigi sottovoce.
“No”
Rispose Giel schiarendosi la voce.
“Jigi”
“Giel, piacere”.
“Hai visto fuori?”
“Io non guardo fuori, lo sento solo”
“Filosofia amico?”
“Vita tizio”
“Hai visto l'ultima gara di pettirossi?”
“Si, gran bella gara”
E giù un altro bicchiere, aspro e dolce, come i giorni della loro esistenza.
“Hai mai visto la Vipera Regina”
“No”
“Nemmeno io”
“Non sapevi cosa dire?”
“Esatto”.
Nemmeno una parola per due ore.
“Cosa fai nella vita?”
“Aspetto che si crei uno spazio per correre. Tu?”
Silenzio.
“Creo quello spazio per viverci”.
“Tu mi capisci?”
“Io ti credo”
“Mi dai la mano?”
“Vieni fuori, che piove, vieni a sentire il rumore che bello, vieni a correre con me dentro quello spazio”.
“Tu sei con me?”
“Fino alla fine”
“Quale fine?”
“Niente ha una fine”
Silenzio profondo.
“La fine del niente allora”.
“Amici?”
“Non lo so”
“Sei fragile vero? Anche con quel tatuaggio di un gigantesco serpente!”
“Sono più duro di una castagna”.
“Andiamo a mangiarle le castagne”.
Così si allontanarono i due gnomi, sotto la pioggia, senza un posto preciso in cui camminare, ma con uno spazio da cercare e un amore da trovare.

mercoledì 8 aprile 2015

LA MIA VITA CON IL RUGBY

La cosa che amo della Domenica o del Sabato è che si gioca.
Aspettiamo insieme la Domenica tutta la settimana e quando arriva senti quel rumore nella pancia, quel fastidio, quella saliva che non sale.
La cosa che amo della Domenica e del sabato è che sono gli ultimi giorni della settimana, e te ne hai fatte di ogni. Ti sei vergognato, hai sbagliato, hai fatto cadere o sei caduto. Hai ascoltato cose che preferiresti morire piuttosto.
Ma poi non te ne frega niente.
Sono stupidaggini, come quello che stai facendo, rincorrere un pallone è da stupidi.
La vita fuori è triste, ma bisogna andare avanti e ogni tanto, guardarsi alle spalle per conoscere il proprio passato, ricordarsi di chi non c'è più o di chi abbiamo ignorato.
Allora correre dietro un pallone, passando indietro, puntando lo sguardo verso un infinito limitato di uomini come te, che non ti lasciano mai, allora non è più così stupido.
La cosa che amo della Domenica o del sabato, è che si parte tutti belli felici, carichi per giocare, per dimenticare un pochino, per staccare dal mondo, per fare in modo che quando si corra, si possa decollare.
Poi si torna sempre insieme, zitti perché esausti dalla fatica di dover portare sempre mezzo metro più avanti l'ovale, si torna con gli occhi lucidi e le ginocchia rosse.
Torniamo sempre con il sorriso, qualsiasi cosa sia successa, noi, abbiamo volato in campo.
Abbiamo lanciato tutti i nostri pensieri e ce ne siamo liberati.
Io amo la Domenica e il sabato, perché quando dopo aver giocato, si torna, si è sinceri con gli altri, ho visto più occhi sinceri in un ritorno in autobus che in un confessionale.
Siamo sinceri perché ci siamo accorti di essere umani, di sbagliare e di rimediare.
Siamo sinceri perché il sole è già un po' più basso di quando siamo partiti e nell'oscurità bisogna essere sinceri.
Ecco cosa fa il rugby, ti rende sincero, consapevole, libero.
Ti spiega un po' come gira la vita intorno.
Ti da una pacca, un abbraccio, uno sguardo e una spinta e poi ti dice:
“Vola, che tocca a te”:

venerdì 3 aprile 2015

CONFUSIONE VIAGGIANTE

Colon irritato e denti ingialliti dalle sigarette, sigarette fatte di fragole di bosco che qualcuno aveva comprato in un locale Africano, dove viveva un signore che aveva un lingua lunghissima e due mani giganti, con queste mani diceva di aver giocato a basket nella squadra più scarsa del nord Vietnam, dove era riuscito a riconquistare un pallone in un finale di partita tremendo, più del suono delle campane, che risuonavano in quel paese, ogni giorno alle ventitre, per dire alla gente di smettere di dormire, che era tardi ormai, che bisognava alzarsi a vivere un pochino.
Era un paese, che se guardavi dalla luna, era ruotato di trentatre gradi rispetto alla casa di un tizio Canadese che quel giorno aveva pensato di smettere di cercare la gente e di fermarsi, per essere cercato.
Purtroppo, poi nessuno lo cercò, se non il suo cane marrone con le orecchie in su, che ogni tanto sbavava su una cucina in legno, bellissima, perfetta perfino pere Don Frex, cuoco Franco-Tedesco di origini cinesi, che avrebbe compiuto gli anni il vent’uno novembre dell’anno dopo e avrebbe fatto una festa con duemila novecento ranocchi presi da un contadino olandese, ubriaco fradicio, che si vergognava della moglie e della figlia e un po’, anche di se stesso.
Tre giorni dopo la festa, sarebbero morti otto uomini in un campo di grano giallo dove aveva vissuto un piccolo uccellino con il becco viola e le ali, che nel vento, suonavano un musica dolce, un jazz lento, un blues veloce.
L’evoluzione avanzava ancora, le persone s’ammazzavano e le ragazze ridevano, le gonne si alzavano nel vento e gli uomini giocavano a pallone sugli alberi.
Il tempo passava e il mondo, con tutti i suoi mutamenti, tutte le sue stagioni, i suoi tempi, le sue emozioni, il suo inquinamento e la sua gigantesca immensità, con il suo onore spiccato e con i pettorali di fuori, continuava il suo giro intorno al sole, senza fermarsi, andando avanti per ore e ore.
Le persone senza accorgersene compievano viaggi e accumulavano ricordi, su valigie finte e volti che vorrebbero essere stati trasparenti.
La magia della natura che nonostante tutto stringeva i denti e sbocciava.
Poi ogni tanto, qualcuno tornava dalla continua frenesia e si sedeva su una sedia verde, mentre beveva un succo di mela che lasciava molto a desiderare.
Quelli che tornavano, tornavano dal loro viaggio, dalla loro vita, com’erano partiti, con gli occhiali da sole e i denti ingialliti, il volto stanco e le anche storte, le rughe si e le rughe no.
Si tornava perché, si torna sempre.
Lo capì il vecchio canadese, che vide ritornare, in un giorno di aprile, l’amore che aveva aspettato.
Il cane che volava tra gli angeli, volava perché tutti partono.
Quelli che tornavano, tornavano dal loro viaggio, dalla loro vita,  con le valigie rovinate e le foto appiccicate su pagine di diario scritte, con storie fatte e storie ancora bianche, perché ognuno, deve partire per la propria vita e poi tornare per ricordarsi degli altri.

giovedì 2 aprile 2015

INFINITO MODERNO

Sempre grandi furono i prati
E sconfinati, i luoghi di pace, che da tanti fiori eran macchiati
Dell'ultimo sguardo di quel mondo in pace
Mi ricordo l'amore nelle case.
Spazi ove correre e saltare senza paura del
Pensiero altrui, come colui che c'uccide.
Io paura ho come tutti, però
Ove vedo un bagliore di civiltà,
Mi si scalda l'anima e,
Vo con gli uccelli lassù
Nel cielo grande, e mi guardo il mondo innocente
Della sua bellezza e inconsapevole
Della sua potenza
Così, tra questa immensità blu, si perde il pensier mio:
E il vivere m'è dolce in questo mondo.

martedì 24 marzo 2015

MIO PADRE

Non definirlo supereroe potrebbe sembrare una cosa stupida.
Ecco, non ha mai saltato da un edificio all’altro, nemmeno sparato contro nemici verdi o mostri a otto zampe.
Nessuno l’ha disegnato, l’hanno solo immaginato.
Tanto tempo fa, era solo una stella nel cielo, adesso è carne sulla terra.
Dicono fosse più matto di me, dicono avesse la passione delle corse, come me.
Dicono costruisse cose strane con le mani, dicono vedesse lontano, un po’ oltre ai sogni.
Dicono sia mio padre, che rimarrà il mio esempio, la persona che seguirò tutta la vita.
La seguirò perché è il mio eroe.
È colui che mi ha regalato i fumetti, per farmi capire che nel mondo ci sono sempre i buoni a salvarti, ma mi ha anche detto che ero Spiderman per farmi capire che ogni tanto mi devo salvare da solo.
Mi ha portato in alto, fra le sue braccia per farmi sapere che bisogna vedere le cose da punti diversi, che da là è più bello osservare il mondo.
Abbiamo esultato insieme, a goal e impennate.
Abbiamo letto milioni di libri e ce li siamo raccontati per sapere il finale.
Abbiamo litigato per un idea, pianto per un errore, dal quale si poteva tornare indietro.
Mio padre non è ricco.
Non è nemmeno famoso.
Non fa l’attore o il calciatore.
Mio padre sporca la tavoletta e allaga il bagno quando fa la doccia.
Mio padre è come me, in fondo sono suo figlio.
Mio padre mi incanta quando mi parla della sua infanzia, quando mi dice delle cose che combinava con i suoi amici , delle cadute in bicicletta e dei polsi rotti a provare skateboard costruiti da loro.
Mi racconta dei palloni contro le porte dei garage e delle sgridate delle vicine.
Mio padre mi ha insegnato a comportarmi con la gente e ad accettare le differenze, mi ha insegnato a tenere in mano i coltelli e le forchette, a cucinare per sopravvivere e mi ha spiegato come girava il mondo, a modo suo, anche a come amare.
Mio padre ha la barba nera e un po’ bianca, ha la faccia che punge e gli occhi che sciolgono.
Mio padre è il mio migliore amico, con cui condivido i sogni di quando sarò grande.
È l’ideatore di favole strane, che raccontava a me e mia sorella prima di dormire, favole che non avevano mai una fine, che rimanevano nell’aria, farfugliate tra il sonno e la veglia.
Mio padre, mi ha fatto il regalo più grande che potessi desiderare: la Vita.
Mio padre mi sopporta in tutto quello che dico e che faccio.
Mi segue ovunque, in ogni dove, tra le mie partite e i sabati passati a correre in un parco, come avessimo cinque anni.
Mi ha detto che non importa se sei vestito firmato, anzi, lui non si veste bene, ma io credo che in questo modo, si riescano a enfatizzare i valori umani di una persona.
Che tu puoi avere milioni di euro e nemmeno un momento di vera felicità.
Che puoi avere due euro ed essere felice così.
Mio padre ama la musica, in particolare il jazz, che è la musica più nera che esista, che i bianchi non possono cantare, ma solo suonare. E lui la suona con il suo saxofono, a far vibrare i vetri e gocciolare gli occhi.
Mio padre io non me lo dimenticherò mai, rimarrà sempre in ogni suo piccolo gesto e difetto, nella mia memoria.
Con lui abbiamo fatto tutto e tutto c’è da fare.
Con lui non ho paura.
E quando un giorno diventerò padre anch’io, sarò per i miei figli, quello che lui è stato per me.
Non è perfetto, tutt’altro, ma cosa vuol dire perfetto?
Non esiste un modo per essere genitori perfetti, ma esistono milioni di modi per essere perfetti genitori.
Il primo di questi è la consapevolezza che tutto ciò che si fa, rimane indelebile dentro di noi e che bisogna avere cura dei propri ricordi, perché non tornano più.
Anche se il tempo passa, la faccia si invecchia, si invertono i ruoli e si gioca di meno, la vita, in tutte le sue piccole forme, continua a creare in noi, una sensazione di impotenza e di incredibile felicità.

venerdì 20 marzo 2015

TEATRO CHE RESPIRA

(SI APRE IL SIPARIO)

Qualche anno fa, mi capitò di incontrare un signore con una lunga barba bianca, che sedeva in un tavolino al bar.
Non so come si chiamasse.
Non so da dove venisse.
Lo osservavo sempre e da solo, si ripeteva sempre la solita frase: “C'è più gente che parla di gente, che gente che parla di sé”.
Era molto chiara la frase, siccome il contesto barriano. Parlava per forza dei discorsi delle vecchie signore e dei loro colleghi invecchiati bene o tremendamente male, senza vie di mezzo.
Lo evitavano tutti, ma mica potevi stare vicino a uno che parlava da solo e di tanto in tanto si pisciava addosso.
Il signore aveva sempre dei pantaloncini bianchi con una canottiera bianca, macchiata di terra.
Le spalle esili e fragili.
L'unica parte curata del suo corpo, si può dire fossero le sopracciglia, perché lui, ci teneva alle sopracciglia.
Un giorno, passando davanti al bar non resistetti e mi fermai.
“Un caffè signore?”
“Ragazzo, chiamami ragazzo”.
“Caffè...”
“Mi fa schifo il caffè”.
Discorso finito.
Così mi sedetti al tavolo di fronte lui.
Notai le scarpe, bianche, sporche di erba bagnata.
“Hai visto?”
Mi fece quello.
“Cosa?”
“Quanto è comoda quella sedia”.
Rispose, con lo sguardo fisso su un campanile.
Il vecchio tirò fuori un libro dalla canottiera e me lo porse con aria indifferente, sempre fisso con lo sguardo oltre a me.
“Sei la prima persona con cui parlo dopo cinquantotto anni e duecento sessantadue giorni.”.
“E perché?”
“Avevo finito le parole”
“Vedovo?”
“Magari...”
“E perché non parlavi?”
“Non meritavano di ascoltarmi”.
Insomma, la modestia quello, l'aveva lasciata a casa.
Così feci per andarmene, con l'espressione di un calciatore che non centra i pali.
“Non ti chiedi il perché non lo meritavano?”
Gridò mentre mi allontanavo. In un attimo eravamo come diventati uniti per qualcosa che solo noi due potevamo capire.
“Perché?”
E mi mostrò una vecchia polaroid scattata molti anni prima.
Era un angolo di cielo, in cui si intravedeva una nuvola.
“E allora?”
“Quel posto, è stato l'ultimo posto che ho visto prima che scoppiasse l'odio nel mondo”.
Mi disse con una lacrima di commozione arrabbiata.
“Prima del vietnam? Del 9/11? Dell'Afghanistan?
Chiesi io.
“Prima del diluvio universale”.
Rispose lui.
Mi lasciò da solo e andò via, di corsa, sulle scarpe bianche.

Sul tavolino era rimasto un biglietto che diceva: Barche a vela, barconi, yacht e arche. Tutto da Noè, il marinaio dei vostri sogni.
Non mi chiesi se fosse vero o no. Una pagliacciata o una gigantesca presa in giro.
Rimasi con il dubbio e la convinzione.
Rimasi lì io, per anni.
Mandai a cagare mia moglie e il lavoro.
Mandai a cagare tutti.
“Signore, signore si alzi di lì”.
“Mi fece il barista dopo sette anni che sedevo lì tutto il giorno, tutti i giorni.
“Sto superando un lutto”.
Risposi.
“Sua moglie? Sua madre? Condoglianze”.
“No, la civiltà perduta, le religioni finte e inventate e i soldi sporchi, i credo sbagliati e tutti i morti”.

(SI CHIUDE IL SIPARIO)

sabato 14 marzo 2015

CAMBIARE LO FANNO TUTTI

“Shhhh”
Voce dall'ultimo banco.
“Zitti!”
Voce dalla cattedra.
“Io?!”
Risposta dal primo banco.
Sospiro dalla cattedra.
Quante storie passate per quei legni duri, rettangolari, con gambe in ferro.
É ancora presto per cambiare, calmati, rilassati ragazzo.
Crescerai anche te.
Adesso scrivi, trovati un pallone e gioca, metti da parte le tue idee di cambiamento.
Il futuro è qualcosa di vecchio, vai con calma.
Non avrai fretta di vivere vero?
Ricordati ti prego …
“Cosa stai facendo?”
“Niente!!”
“Appunto!”
Quanta storia passata per quei muri.
Ora il tempo è meno, ma non hai sprecato un secondo della tua gioventù.
Hai fatto tante cose, hai vissuto grandi momenti, emozioni strane.
“Via quelle cerbottane!!”
“Ma anche lui prof!”
Le sere sono calde ormai, il freddo dell'inverno è passato.
La scuola è sul traguardo.
Vuoi veramente crescere così in fretta? Ti sembrano così felici i grandi?
Non cambiare in fretta, se sarai piccolo ci sarà qualcuno a proteggerti, da grande sarai tu a proteggere.
Guarda fuori dalla finestra se non hai idee.
Disegna qualcosa.
Corri, buttati per terra, salta, vai sulle altalene, infangati, ridi, ma non cambiare così.
SeI già troppo alto … abbassati … stai calmo e scoppia dei palloncini.
Spacca il profumo e rovescia armadi.
Sporca le scarpe camminando e fai le gare in bici.
Rompiti le braccia, perché 'sti adulti ci stanno troppo attenti e poi piangono.
Rovesciati la maglia e bagnati i capelli.
Senti il profumo d'estate?
Non è questa l'estate per volare!

venerdì 6 marzo 2015

BIANCA E ADAMO

In troppi, avete perso la capacità di ascoltare, raccontare e scrivere favole o fiabe.
Le tralasciate, perché vi credete troppo grandi. Ma non dimenticate, che la vita non è diversa da una favola raccontata a voce alta. Prendete i vostri figli, qualsiasi età abbiano, i vostri genitori e i vostri mariti, le vostre mogli o nonni , fidanzate o fidanzati, fratelli, sorelle o fratellastri e raccontatevi storie belle, vere o false, tristi o felici, ma credeteci in quelle storie.
Io non corro il rischio di scordarmi di farlo, perché io sono una favola, o meglio, il nano di Biancaneve e vi racconterò come andarono veramente le cose.
Ora, la madre di Bianca puretta morì durante il parto e la piccola fu affidata ad una matrigna, che era la sua unica figura femminile.
Lei non era come dicono quei due Grimm, lei era buona con Neve, buonissima.
Purtroppo un cacciatore affamato di carne giovane e alla ricerca di nuove specie da uccidere, le dava la caccia.
La matrigna, accompagnò quindi da noi la piccola Neve.
Noi e la seconda moglie del re, eravamo molto amici e avrebbe sempre potuto contare su noi nani.
Neve crebbe sotto la nostra custodia, la accudivamo come si accudisce un angelo, la curavamo come si cura il fiore più bello della terra.
Lei, con quei capelli neri e il volto che rideva, era il nostro motivo per alzarci.
Ci aiutava nel prato e giocavamo insieme, raccoglievamo fiori e cantavamo canzoni.
Tra l'altro Bianca, che non aveva molti difetti, era però veramente molto stonata.
Un giorno Bianca, conobbe un bel principe, si chiamava Adamo.
Loro due erano davvero innamorati e passarono anni stupendi, tra risate, baci, litigate e canzoni stonate.
Un giorno però, quando noi non la sorvegliavamo di nascosto, Bianca e Adamo mangiarono una mela di un albero, sul quale il cartello appiccicato, vietava il consumo.
Da dietro ad una siepe, uscì il cacciatore, che sparò ad entrambi.
Erano sanguinanti. A terra.
Non avevano rispettato un piccolo divieto.
Il re e la matrigna, informati d noi, dell'accaduto, incaricarono i due migliori giustizieri, Robin e John, di catturare il tremendo cacciatore.
I corpi dei due intanto, erano stati messi dentro ad una cassa di vetro, l'uno accanto all'altro.
Il giorno della cattura, combaciava con quello dei funerali e tutto il reame era presente.
Perfino quell'uomo senza anima, in manette, al sole, vide con la coda dell'occhio i due giovani morti.
Allora il suo cuore si sciolse un po' e una lacrima cadde a terra, poi una seconda.
Si era punito da solo piangendo e aveva risvegliato i due innamorati, adesso, tornati a respirare, credere e sognare.
Il cacciatore aveva spremuto la propria anima, per donarla a coloro a cui l'aveva tolta.
Dopo aver ucciso, aveva ridato la vita. Così si stese e in pochi secondi scomparì nel terreno.
Ora Bianca e il principe, vivono nella loro piccola casa, in cima ad una collina.
Non chiedetemi l'età che hanno perchè non so nemmeno la mia. Comunque, noi nani ci siamo separati, ognuno per la sua strada. Ci ritroviamo tre o quattro volte all'anno, nella nostra vecchia casa di bosco, per ricordare quello che tutti hanno dimenticato

venerdì 27 febbraio 2015

UN QUADRO UN PO' VIVO

Un piccolo gambero rosso correva nella sua acqua, aveva due anni e la boccia di vetro della sala, era incredibilmente lucida e pulita. L’acqua, semplicemente poteva sembrare non esistesse, se non si guardava bene, e ad un certo livello, si osservava la maniglia della porta tremante.
Le pareti di colore verde e rosa coprivano cucina e salotto, le porte marroni avevano una bella serratura oro.
La maniglia color ottone apriva le porte delle belle stanze arredate con mobili della nonna e pizzi bianchi.
Il pavimento di legno scricchiolava su alcuni punti, ma in fondo non era molto vecchio.
La luce era di quelle luci con cui si scriveva nei  vecchi bar, luci calde, che ti facevano venire voglia di pensare tanto bene sulle cose.
La famiglia le aveva scelte perché le luci cambiavano le giornate, si vedeva tutto in un modo più bello.
I colori dei divani, dei tavoli, dei quadri, erano colori veri, caldi.
Erano veri perché riuscivano a dire cose. Erano veri, perché non riuscivano a essere descritti.
Al gambero piacevano molto quei colori e ogni tanto faceva un salto fuori dal suo habitat, per vedere com’era là fuori.
In questa casa vivevano un padre con la pelle bianca e incredibilmente elegante.
Una madre con i capelli mori e la pelle molto chiara e la gonna sopra le ginocchia.
Un figlio con la camicia sporca di terra e gli occhiali tondi.
Una figlia con due denti caduti, cinque anni di aria dentro i polmoni e un fiocchetto rosso sui capelli biondi.
Pelle chiara.
La pentola a vapore sbuffava due volte al giorno e cetrioli e noccioline, patatine e olive, rimanevano ordinati e contati dentro a piccole ciotole in terra cotta.
Ordinata era tutta la casa.
Ordinata era la loro vita.
Veri erano i loro colori, i loro sentimenti.
Quella casa fresca che dava su un parco verde, quelle persone belle, tutto era come dentro uno di quei vecchi quadri. Erano come un quadro cubista, o come la vita, ordinato e preciso nelle sue forme ma completamente in confusione dentro le pennellate dell’anima.

venerdì 20 febbraio 2015

CHE SETTIMANA!


Che vita, penserei ad una maratona se la dovessi paragonare.
Ora, sostanzialmente le mie giornate si basano semplicemente sulla scuola, ma poi, impegni e imprevisti mi trasportano dentro al mare del caos, dentro ad una vita, molto più , che interessante
Il lunedì comincia ovviamente nel peggiore dei modi, per tutti gli uomini credo, che siano rimasti a guardare la partita del giorno prima, e qui rimpiango tanto la mia nonna che mi dice:”La notte leoni e la mattina coglioni!”
E lei lo sa, ma io insomma, la ignoro sempre.
Così, quando suona la sveglia, non ne posso già più, mi arrabbio e mi chiedo perché non sono andato a letto prima, ma poi faccio tardi, mangio di fretta quattro biscotti e scappo a scuola.
A questo punto, non sopporto sicuramente la battutina del compagno all’entrata, che non sa che sta giocando con un carro armato pieno di dinamite.
I miei lunedì pomeriggi, sono tutti uguali.
Continuo a studiare e ad invitare gente che, purtroppo alle sei e mezza di sera sta ancora studiando scienze, così la smetto e mi vado a dormire presto, con un po’ di nervoso che mi sale da dentro e piano piano diventa sonno.
Il martedì non è proprio il meglio, con giornata di scuola tra italiano, algebra e flauti che suonano ovunque, il pomeriggio, dopo essermi studiato per il giorno dopo X, Y, A, B, C e non averci capito niente, prendo su con tanta voglia e mi vado a fare picchiare a rugby.
La sera, dura poco. Ingoio frettolosamente qualcosa e via. Rimango deluso dal fatto che non ci sia la Champions
Mercoledì comincia con due mazzate di ore di matematica, che insomma, era meglio scappare in Palestina ma alla fine, alla fine mi piace, mi appassiono un po’, mi diverto a fare esercizi e poi, poi mi becco il tuo solito cinque di distrazione.
La sera torno a farmi picchiare e rimango deluso che non ci sia la Champions.
Il giovedì, credo di essere un segretario in un grande Hotel.
Dopo sei ore di scuola, che se devo dirla tutta, non mi dispiace, provo a recitare, sempre dentro al mio istituto.
Ogni tanto chiamo il mio amico, Depp, Jhonnyno, che mi dà due o tre consigli.
Successivamente, mi diletto, nell’attività produttiva di toccare la chitarra, in modo ovviamente indecente.
La sera, la Tv con i suoi programmi mi rapisce.
Il venerdì comincia sempre benissimo, carico per il week-end, durante la giornata ti capitano sfighe tremende, o ti guardi allo specchio e piangi.
Alla fine però è venerdì e tutto passa.
Forse capita perfino di incontrare qualcuno verso le quattro, magari, fa un intervallo e corre da me per poi tornare a studiare scienze.
La sera mi vado a far dare delle altre botte, che poi sono botte accarezzate, nel senso che non c’è niente di più bello.
La sera arrivo a casa carico. Rimango deluso dal fatto che non ci sia un anticipo interessante e infine mi addormento fin troppo presto.
Sabato, vedo qualcuno, studio (il giusto, è sabato!) poi la sera giù di cinema o cena tra amici oppure, me ne sto bello soletto ad ascoltare un po’ di musica, ma in questo caso, il sabato sera da solo, sinceramente, mi girano per bene li amichetti.
Domenica, comincia con l’ansia per il lunedì, se non ho giocato sabato la partita di rugby, si fa Domenica e ogni partita è una bella festa, che si vinca o che si perda.
È sempre una bella emozione, in casa o in giro per il mondo.
La sera, rifaccio la stessa mossa della Domenica precedente e mi guardo un bel posticipo, magari dopo essere uscito con alcuni studiosi di scienze.
Così finisce la settimana e si ricomincia.
Si affrontano imprevisti e colpi di scena, si va avanti un po’ zoppi a volte, cose che la scienza non sa spiegare … si va avanti belli eretti, a guardare tutto, come si guarda un film di Stanlio e Olio

venerdì 13 febbraio 2015

QUA TUTTO BENE...


John John aveva vissuto novantesei anni, due mesi, quattro giorni, diciotto ore, cinquantaquattro minuti e tre secondi.
Adesso se ne stava, freddo e bianco dentro una cassa di legno e al suo funerale si trovava mezza città.
Lo conoscevano tutti. Era stato il maestro dei giovani e dei vecchi.
Sua moglie era in prima fila con gli occhiali da sole e una gonnellina di fiori rosa.
Era stato sindaco della città trentatre anni, aveva scritto quarantadue libri, ed era amato, amato davvero.
Adesso se ne stava lì e finalmente, per un attimo riusciva a stare fermo.
La sala della chiesa era piena che non ci si entrava.
Il prete prese in mano un foglio e si mise a leggere:
“La triste verità dei fatti, amici, parenti e conoscenti, è che non credo mi mancherete, ho passato con voi molto tempo e poi, con i miei amici, ci si rivedrà tra poco no?
Ehi Gigi, t’ho visto che ti sei toccato và, non c’è mai stato ferro in quel punto,tranquillizzati e siediti.
Sapete, alcuni mi hanno chiesto cosa mi mancherà, se i soldi, la mia casa, gli amici, i nipoti, i figli o libri e penne.
Ma, ecco, le cose che mi mancheranno davvero, sono queste qui elencate e mi raccomando Don Coso, leggi bene che m‘incazzo anche da qua.
Mi mancherà:
Il muco che mi cola dal naso, fin sulla camicia per poi farmi urlare pesanti parole, da uomo poco educato.
Un calcio negli stinchi dato o ricevuto.
Una birra fresca l’otto di Agosto.
Una linguaccia a chi non sopporto.
Una bella donna con la gonna corta.
Una chitarra non accordata.
Mi mancherà il profumo dei sigari.
Mi mancheranno i miei cani.
Le storie che potevo raccontarvi, quelle mancheranno a voi.
Prendere il giornale e leggere la metà degli articoli.
Esultare a una sconfitta.
Calciare le pigne in strada.
Mi mancherà più di tutti, mia moglie.
Mi mancheranno le televisioni ruba tempo.
Mi mancherà tutto, ma soprattutto queste cose e queste persone.
Chi non si è sentito nominare, quindi tutti, sappiano che tutte queste cose io, le ho fatte con voi. Mi avete donato un po’ di vita, di attimi che mi mancheranno.
Adesso è un funerale troppo lungo e so che è domenica, verso le due.
Conoscendo i miei amici, staranno, anche se lo nascondono, scalpitando per andare a vedere le corse.
Andate, andate.
Ci vediamo tra poco, l’ho già detto.
Vorrò bene a tutti, anche da qui, ma soprattutto, soprattutto a Tonnino, il mio pesce rosso, che mi ha visto in mille vesti e non mi ha mai detto niente.
Buona Domenica Grazia, amore mio, buona Domenica a tutti, sono quassù, quaggiù, che ne so dove sono. So che si vede tutto però..."