L’aereo era bello, ma dovevamo riuscire a volare, a volare senza alcun tipo di motore. Leonardo l’aveva già inventato, ma noi volevamo volare sugli uccelli. Da giorni nei giornali si parlava di questa strana specie di volatili simili a draghi, si trovavano sulla costa del Mavarestend, uno stato a nord della Pianchinet che a sua volta si trova a est dei Piopilui. La cosa ci stuzzicava molto. Comprammo dei Chopper tutti colorati, caricammo su reti, fucili, un po’ di gorgonzola e Pietro anche la tinta bionda. Viaggiammo per migliaia di chilometri su strade sperdute in Danimarca. Dopo ben tre mesi di viaggio intenso, ci trovammo nel posto che volevamo, Mavarestend. Un insieme di colore accesi e diversi di piante e di animali. Ci avventurammo all’interno della foresta, senza timore di nulla. Ci piazzammo in una vallata. Piantammo le tende e accendemmo un fuoco. Anzi non è vero, noi non lo accendemmo, al contrario di ciò che dicono in tutti i libri. Quel giorno era davvero caldissimo. Un deficiente avrebbe acceso un fuoco. Stabilimmo chi faceva i turni di guardia. I fucili erano carichi e sistemammo anche i richiami. Matti e Francobollo rimasero alle tende, io e Frenci a cercare gli animali e Simo con tutti gli altri a cercare l’acqua che avevamo dimenticato a casa. Camminammo chilometri e finalmente … ecco i famosi Zitorex, uccellacci altissimi e con un lungo collo, ali bellissime, tutte gialle e verdi. Prendemmo le corde e li legammo agli alberi, chiamammo tutti gli altri e ne immobilizzammo otto. Con una fatica atroce, li trascinammo all’accampamento, cominciammo ad addestrarli, dopo due giorni,erano bravissimi, tanto che si inchinavano quando passavi. Con delle radici lunghe sei sette metri, costruimmo delle briglie. Il primo a volare fu Matti. Partì elocissimo, fece un giretto e tornò a terra. Partimmo tutti. Partimmo per quell’enorme cielo azzurro a sinistra, e scuro a destra. C’e l’ avevamo fatta. Purtroppo, nell’atterraggio … uno scontro forte tra il mio e quello di Francobollo, e tutti giù per terra, doloranti e con tante ossa rotte.
martedì 12 novembre 2013
OSSA ROTTE
L’aereo era bello, ma dovevamo riuscire a volare, a volare senza alcun tipo di motore. Leonardo l’aveva già inventato, ma noi volevamo volare sugli uccelli. Da giorni nei giornali si parlava di questa strana specie di volatili simili a draghi, si trovavano sulla costa del Mavarestend, uno stato a nord della Pianchinet che a sua volta si trova a est dei Piopilui. La cosa ci stuzzicava molto. Comprammo dei Chopper tutti colorati, caricammo su reti, fucili, un po’ di gorgonzola e Pietro anche la tinta bionda. Viaggiammo per migliaia di chilometri su strade sperdute in Danimarca. Dopo ben tre mesi di viaggio intenso, ci trovammo nel posto che volevamo, Mavarestend. Un insieme di colore accesi e diversi di piante e di animali. Ci avventurammo all’interno della foresta, senza timore di nulla. Ci piazzammo in una vallata. Piantammo le tende e accendemmo un fuoco. Anzi non è vero, noi non lo accendemmo, al contrario di ciò che dicono in tutti i libri. Quel giorno era davvero caldissimo. Un deficiente avrebbe acceso un fuoco. Stabilimmo chi faceva i turni di guardia. I fucili erano carichi e sistemammo anche i richiami. Matti e Francobollo rimasero alle tende, io e Frenci a cercare gli animali e Simo con tutti gli altri a cercare l’acqua che avevamo dimenticato a casa. Camminammo chilometri e finalmente … ecco i famosi Zitorex, uccellacci altissimi e con un lungo collo, ali bellissime, tutte gialle e verdi. Prendemmo le corde e li legammo agli alberi, chiamammo tutti gli altri e ne immobilizzammo otto. Con una fatica atroce, li trascinammo all’accampamento, cominciammo ad addestrarli, dopo due giorni,erano bravissimi, tanto che si inchinavano quando passavi. Con delle radici lunghe sei sette metri, costruimmo delle briglie. Il primo a volare fu Matti. Partì elocissimo, fece un giretto e tornò a terra. Partimmo tutti. Partimmo per quell’enorme cielo azzurro a sinistra, e scuro a destra. C’e l’ avevamo fatta. Purtroppo, nell’atterraggio … uno scontro forte tra il mio e quello di Francobollo, e tutti giù per terra, doloranti e con tante ossa rotte.
sabato 2 novembre 2013
SPAPPOLAMANTO DI BUDELLA FINTE
Parlando
di cose insensate,schifezze brodo freddo e fagioli,carote lesse pollo
ossa cartilagine cuore sangue sale pepe merda di maiale, capelli neri
e biondi parrucche occhiali vetri finestre e palazzi distrutti china
pennini tappeti letti e cuscini motorini macchine da corsa pistole
pallottole caschi rotelle cervella e cervelli nuvoloso cielo sole
pioggia neve slitte cani erba denti teste trucchi istruzioni nasi
disegni alberi cespugli palloni reti pali ovali e ovale racchette e
cento duecento e trecento. Alla fine del conto delle cose che avevamo
gia fatto pensammo che era troppo presto per fermarci, così
continuammo a contare tutto finchè non ci addormentammo sul piatto
di noccioline che oguno aveva davanti a se. Il sole sugli occhi ci
svegliò verso le sei. Insieme cucinammo dieci piatti tutti diversi e
raffinatissimi. Raccogliemmo nel giardino dei fiori rosa e li
mettemmo in una vaso, poi rompemmo il vaso. Ci dipingemmo le facce
di rosso e bianco, poi ci mettemmo tanti, anzi tutti i bracciali che
avevamo e comprammo dei ragni assassini. Ci tuffammo in una piscina di
fango e qualche finta buddella si spappolò.
giovedì 24 ottobre 2013
PARLANDO COI CANI
Certo che quando la
notte ti sdrai a guardare il cielo, ti accorgi che le stelle sono
davvero tante. Per quello ti piace, ti senti un Dio. Ormai i nostri
miti erano svaniti, non c'erano più e questo ci faceva cadere
qualche lacrima dal viso, sporco di polvere e di carbone, che nelle
sere di settembre usavamo per accendere il fuoco. Pure il giradischi
si era rotto, non sapevamo più ascoltare. Quella notte stavamo
giocando a carte. Ogni tanto qualcuno tossiva, ma non una, non una
parola. Le avevamo finite. Non sapevamo più neanche parlare.
L'ambiente era calmo e tranquillo, nel cortile si stava bene, i gufi
accompagnavano i grilli, ma nessuno la luna. Pietro era appena
tornato, era andato a comprare della tinta bionda, proprio come il
suo colore naturale, ogni tanto la dava sui gatti che passavano e
ogni tanto sulle sua sopracciglia. Richi cadde dalla seggiola, ma
niente, neanche un sorriso o una risata. Continuavamo a giocare con i
nostri re e le nostre regine, coloro che ormai per noi non c'erano
più. Non ci importava più essere ricchi, ormai eravamo vuoti
dentro. Ma son proprio quelle le notti in cui se senti abbaiare devi
tacere ed ascoltare, e noi decidemmo di farlo. I cani della città ci
parlavano , ci raccontavano la loro vita, noi capimmo che qualcuno
canticchiava, qualcosa che forse c'era appartenuto. Ma non era un
caso, non era un caso che in quella notte la luna diventò più
grande e più bianca. Eravamo tornati ad ascoltare.
lunedì 21 ottobre 2013
Il nostro volo
Lo sapevamo che prima o
poi si sarebbe spenta, si sarebbe spenta la Giamaica intera. Perché
oggi, e ricordo solo questa data, undici maggio è successo ciò che
ha occupato le prime pagine di tutti i giornali. Oggi è morto colui
che pregava cantando e che ci aveva fatto ballare. Il funerale
sarebbe avvenuto per il ventuno e noi il ventuno dovevamo essere in
Giamaica. Il paese non sembrava scosso dall'avvenimento, ma noi
avevamo un mito in meno e un qualcosa per cui non parlare tutto il
giorno. Solo il giorno dopo cominciammo a parlare. Parlammo di come
saremmo potuti arrivare in Giamaica. Tirammo fuori il nostro aereo
dal capanno. Erano anni che non lo usavamo. Decidemmo di decorarlo.
Cominciammo a dipingere un lato con i colori Giamaicani, che Matti
aveva procurato. L'altro lato lo dedicammo a Bob e gli facemmo un
grandissimo ritratto in bianco e nero. Attaccammo alla coda uno
striscione con scritto in grande tutti i titoli delle sue canzoni e
dei piagnoni. La decorazione finì il diciotto, caricammo i bagagli
ed eravamo pronti a prendere il volo. Avrei guidato io. Purtroppo
avevamo dimenticato che era un aereo a due posti. Fu un brutto
momento. Allora lasciammo a casa tutti i bagagli e ci posizionammo
nei sedili stretti come la vite nella tenaglia o come il toast nella
piastra. Quella spedizione aveva senso come l'anatra che era allo
stagno e andò a casa a bere. Accendemmo i motori, se c'erano
ingranammo le marce e via partiti. Ci trovavamo già molto in alto
dopo pochi secondi. La nostra scritta sventolava al vento e
continuammo il viaggio per molte ore. Avevamo una gran fame e una
gran sete ma non avevamo niente da mangiare, Francobollo sparò con
la pistola,di cui nessuno sapeva l'esistenza ad un uccello, non so
che razza, lo pulì con il coltellino e lo cucinò nel motore.
Purtroppo il sapore della benzina c'aveva fatto venire una tale sete
da pensare di buttarci in mare, ma le cose non si sarebbero
sistemate. Erano le nove del mattino, i miei compagni si erano appena
svegliati. Avevamo davanti a noi ancora due giorni di viaggio.
Purtroppo però l'aereo si... ruppe. Ci schiantammo in mezzo alla
campagna di non so quale paese.
Lo schianto fu tremendo
ma noi non ci facemmo niente. Ora cosa potevamo fare. Probabilmente
eravamo già negli Stati Uniti. Non ci restava che camminare.
Camminammo alla ricerca di una città per cinque ore e finalmente la
trovammo. C'erano degli esseri umani, ed era buon segno. Vedemmo un
furgone fermo, la scritta sbiadita sul lato destro era Giamaica e ci
venne una folle idea, legarci al furgone e farci trasportare fino là.
Andammo a comprare o meglio barattare con quello che avevamo in
tasca, delle slitte e delle corde. Legammo le slitte alle corde e le
corde al furgone. Prendemmo da un campo della verdura e in
rosticceria rubammo un pollo. Prendemmo dell'acqua in un pozzo e ci
sedemmo sulle slitte, pronti a partire. Aspettammo un ora e il
proprietario del furgone partì. Cominciammo mangiare e bere.
Eravamo sporchi e un po' tagliati, ma noi andavamo avanti. Non so
quanto dormimmo, ma ci ritrovammo in Giamaica il giorno dopo...
credo. Era strano perché avevo calcolato che ci fosse l'acqua in
mezzo. Ci alzammo dalle slitte ormai incandescenti e chiedemmo ad
alcuni ragazzi che passavano, con il poco inglese che spiccicavamo
dove si celebrava il funerale di Bob. Ci dissero di seguirli e così
facemmo. Una folla di gente avvolgeva la sua bara, le urla e le sue
canzoni cantate dal popolo. Seguimmo la folla per dei chilometri,
stavamo cambiando come modo di vivere, tanto che ci togliemmo le
scarpe. Ci piaceva come facevano i funerali lì. Dopo la sepoltura,
la folla si distese e si sciolse, ora la città era come deserta.
Comprammo tutti i dischi che i negozi vendevano, i cappelli locali,
ci facemmo i capelli rasta e cercammo di abbronzarci il più
possibile. Per la sera ci mettemmo a dormire in una vecchia casa
abbandonata in cima alla collina, e mentre mi stavo addormentano,
dalla finestra non potei non notare il nostro aereo che passava. La
casa mi ricordava molto un altro posto...
giovedì 17 ottobre 2013
Le origini
Quel giorno eravamo
andati a fare un giro in montagna, tutti insieme. Eravamo scalzi e
con solo i nostri coltelli che avevamo legato in vita con una corda.
Con noi c’erano tutti i cani, anche i più piccoli. Ogni tanto
dovevamo farli sgambare nel verde naturale. Raggiungemmo un altopiano
con una cascata e posteggiammo lì. Ci stendemmo nel prato e
cominciammo a mangiare. Avevamo portato la radio ma là su non
funzionava. Decidemmo di fare il bagno, Kiss bevve tre litri d’acqua
e lo dovemmo far sputare tutto a suon di botte nello stomaco. Arya si
rotolava nella terra, Aro cercava di prendere qualche uccello e Daria
invece giocava con noi e dopo il bagno si stese con noi sul prato
verde. Era un incrocio tra un pastore tedesco e un setter. Era
davvero bellissima e non esageratamente grande. Cominciammo a
discutere sul fatto di come fosse arrivata ai miei zii. Uno viveva di
fronte a casa mia e l’altro sopra con i nonni. Le ipotesi erano
tante: abbandonata in autostrada, trovata nel pattume, era un alieno
sceso dallo spazio per spiarci … ma io, io lo sapevo come mai era
arrivata fino ai miei zii. MA quel giorno decisi ti tacere. Era
arrivata per il fatto che la mia bis nonna voleva un cane, i miei zii
gliela regalarono e venne trattata come una figlia, poi la bis nonna
non fu più in grado di accudirla e passò ai miei zii. Loro avevano
scelto lei perché quando una vecchia signora li regalava, lei fu
l’ultima ad andargli incontro ma quella che gli fece più festa.
Quel giorno era con noi e canticchiava anche lei Buffalo Solidier.
La maledizione
Erano le undici di
notte e quella notte la passavamo nel bunker. Avevamo acceso il
camino mentre i cani e gli animali più piccoli erano in casa.
Intanto la pioggia batteva costantemente sul tetto. Noi ci
raccontavamo storie di paura, ma non erano storielle per bimbi
piccoli erano veri e propri horror. Certo avevamo paura, ma ogni
tanto scappava una battuta e una risata. Sentimmo dei rumori venire
dal giardino poi sempre più insistenti. Noi non avevamo animali
feroci e i nostri pensieri furono subito spaventosi e terribili.
Prendemmo di corsa i fucili a palline e i coltellini veri. Io presi
anche due cartucce vere. Corremmo fuori nel giardino. Gli animali
erano agitati e la pioggia si trasformò in grandine. Una bestia ci
attaccò. Cademmo nel fango ci rotolammo ci graffio, noi sparavamo
senza pietà. Corremmo dietro il bunker altri rumori e graffi io
venni colpito e volai dieci metri. Misi le cartucce vere e sparai. A
quel punto rumore sordo e una bestia cadde e morì. La lasciammo lì
e rientrammo. L’avremmo analizzata il mattino dopo, ma sembrava
davvero grande. Alle cinque con uno sprazzo di luce uscimmo. La
bestia morta era l’incrocio del piranha con la lucertola. Avevamo
sbagliato qualcosa ed era diventata una bestia enorme e feroce.
Purtroppo erano rimasti ancora liberi sette mostri. Era iniziata la
caccia grossa. Cucimmo delle divise da caccia, armammo i cannoni e i
fucili. Gli aspettammo e sparammo contro tutti loro. Fu una battaglia
dura ma ce la facemmo. Vincemmo la guerra con qualche ferita, con la
mano destra stringevamo il braccio sinistro che era caduto e con i
piedi mandavamo avanti carriola con dentro la mano destra. Ma tutto
sommato stavamo bene.
mercoledì 2 ottobre 2013
L’ingordo
Quel giorno Matti era un po’
addormentato, steso sul divano, stanco e pieno, con la pancia che era cresciuta di cinque
volte.
“Cos’hai mangiato?” chiese Pie a Matti.
“Solo un panino.... più uno....quattordici cioccolate in tazza e quattro sacchetti di cioccolatini. Dodici porzioni di patatine fritte, diciassette piatti di pasta e tredici fiorentine. Sette toscani , trenta porzioni di pinzimonio, padelle e pentole di cappelletti, tortelloni, tagliatelle e gramigna. Cinghiale con patate arrosto, quindici polli, sedici porzioni di lasagne e brodo. Panini con burro e marmellata. Sedici polpette e crema fritta“.
Pie gli chiese per quale occasione e Matti rispose:
“Per il compleanno di mio nonno”
“Ma non è diabetico?”
“Sì ma gli abbiamo fatto milletrecentoquaranta di insulina”.
Non so perchè ma mi venne un idea, preparare un banchetto, con cibo finto, tutto in resina.
Facemmo gli stampi e colammo la resina. Colorammo tutte le torte e i vari oggetti. Li portammo in un tavolo in piazza e scrivemmo che era tutto gratuito.
Quando la gente cominciò a mangiare il cibo ovviamente si arrabbiò molto
Alcuni presero torce e forconi e sebbene con il sorriso in faccia ci davano la caccia.
Correvamo in mezzo alla campagna ma poi ci presero tutti.
Ci legarono e cominciarono a bagnarci di acqua mentre ci spingevano del cioccolato con panna nella bocca.
Una nottataccia.
La mattina seguente scoprimmo che la vendetta era stata organizzata dal pasticcere,il quale si era rotto tutti i denti e non avrebbe più potuto assaggiare i suoi pasticcini.
Ci avevano spruzzato panna rancida in bocca.
Vomitammo tutto quello che avevamo in corpo, ora eravamo pronti a sfilare per fare i modelli.
Ci dirigemmo da un certo Armani...
“Cos’hai mangiato?” chiese Pie a Matti.
“Solo un panino.... più uno....quattordici cioccolate in tazza e quattro sacchetti di cioccolatini. Dodici porzioni di patatine fritte, diciassette piatti di pasta e tredici fiorentine. Sette toscani , trenta porzioni di pinzimonio, padelle e pentole di cappelletti, tortelloni, tagliatelle e gramigna. Cinghiale con patate arrosto, quindici polli, sedici porzioni di lasagne e brodo. Panini con burro e marmellata. Sedici polpette e crema fritta“.
Pie gli chiese per quale occasione e Matti rispose:
“Per il compleanno di mio nonno”
“Ma non è diabetico?”
“Sì ma gli abbiamo fatto milletrecentoquaranta di insulina”.
Non so perchè ma mi venne un idea, preparare un banchetto, con cibo finto, tutto in resina.
Facemmo gli stampi e colammo la resina. Colorammo tutte le torte e i vari oggetti. Li portammo in un tavolo in piazza e scrivemmo che era tutto gratuito.
Quando la gente cominciò a mangiare il cibo ovviamente si arrabbiò molto
Alcuni presero torce e forconi e sebbene con il sorriso in faccia ci davano la caccia.
Correvamo in mezzo alla campagna ma poi ci presero tutti.
Ci legarono e cominciarono a bagnarci di acqua mentre ci spingevano del cioccolato con panna nella bocca.
Una nottataccia.
La mattina seguente scoprimmo che la vendetta era stata organizzata dal pasticcere,il quale si era rotto tutti i denti e non avrebbe più potuto assaggiare i suoi pasticcini.
Ci avevano spruzzato panna rancida in bocca.
Vomitammo tutto quello che avevamo in corpo, ora eravamo pronti a sfilare per fare i modelli.
Ci dirigemmo da un certo Armani...
venerdì 27 settembre 2013
La riconquista
Purtroppo la polizia ci
ha rovinato. Sì rovinati del tutto. Ci ha confiscato il bunker e
tutti gli oggetti È arrivata con un mandato da parte del sindaco.
Ci hanno cacciato via e portato tutta la roba non so dove.
Effettivamente, osservando bene una vecchia foto del sindaco era
uguale al capo dei Pirati Carini. Ormai però non ci potevamo più
far niente. Erri faceva da pastore agli animali. Quelli venivano con
noi. Camminavamo con gli occhi bassi verso la foresta che
circonda la città. Trovammo una pianura dove facemmo correre gli
animali. Era la fine. Decidemmo che ci saremmo sciolti dopo quella
giornata. Avremmo portato gli animali allo zoo e non ci saremmo visti
mai più. La radio andava in quel triste pomeriggio, dove un certo
Jackson cantava una canzone "Thriller"... Non avevamo voglia di
giocare e di fare niente. Ormai era troppo tardi. Non saremmo più
riusciti ad entrare dentro quella vecchia casa … arrivò da me la
scimmia, Yuppi e mi portò delle cartine. Erano quelle del nostro
passaggio sotterraneo. Forse avevamo trovato la nostra soluzione.
Aprimmo la botola che portava al tunnel. Facemmo entrare gli animali
e poi noi. L’avevamo attrezzato con lampade ad olio e pistole a
pallini. Camminammo per tre chilometri e finalmente arrivammo alla
scala che ci permetteva di uscire e di arrivare dentro casa. I mobili
erano ancora tutti dentro, insieme ai Pirati Carini. Era stato un
loro piano. Non esisteva nessun mandato e nessuna polizia. Sparammo
con le armi e lì mandammo via. Eravamo tornati nel nostro bunker.
Era stata la riconquista di Jackson.
sabato 21 settembre 2013
Il piccolo acrobata
Lo scoiattolino che
trovai in mezzo alla nevicata, lo portammo al bunker, gli costruimmo
una gabbia dentro ad un armadio, con un grande tronco dentro, e senza
ante. Gli mettemmo una rete da conigli, uno squarcio nella rete apri
e chiudi per farlo uscire. Noi gli insegnammo a saltare da un albero
all’altro e tornare indietro. Era diventato fortissimo. Un piccolo
atleta. Decidemmo così di fare uno spettacolo. Facemmo stendere il
pubblico per terra con i binocoli per vedere in alto e in
basso. Costruimmo un percorso, tutti alberini piccoli e cerchi.
Mercury Jr correva veloce quanto saltava, fu dato il via e lui partì come una scheggia, si dondolava sui rami. Saltò dentro i cerchi ma
purtroppo, qualcuno aveva acceso un cerchio ed era infiammato.
Mercury non ci pensò e prese fuoco. Lo spettacolo venne interrotto e la folla si gettò su Mercury, spegnemmo le fiamme, si stava
contorcendo dal dolore. In qul momento vidi allontanarsi uno dei Pirati Carini. Pensai allo scoiattolo, lo
spalmammo di pomata e lo portammo in casa, Lo stendemmo sul letto. Il
pelo era tutto nero e bruciato. Ma sembrava stare meglio.
Ora i Pirati Carini avevano sorpassato il limite. Presi il fucile a sonniferi. Corsi con gli altri alla tana dei Pirati Carini. Era notte e ci illuminavamo il viaggio con fiaccole e torce. Entrammo nel bunker e senza pietà sparammo i sonniferi. Li addormentammo tutti e li imbavagliammo e legammo. Tornammo a casa e il piccolo Mercury Jr stava bene, le mie sorelle l’avevano curato. Il giorno dopo i Pirati Carini si svegliarono e dal loro bunker si sentivano le cose che ci urlavano dietro, anzi non si sentivano perché erano imbavagliati.
Ora i Pirati Carini avevano sorpassato il limite. Presi il fucile a sonniferi. Corsi con gli altri alla tana dei Pirati Carini. Era notte e ci illuminavamo il viaggio con fiaccole e torce. Entrammo nel bunker e senza pietà sparammo i sonniferi. Li addormentammo tutti e li imbavagliammo e legammo. Tornammo a casa e il piccolo Mercury Jr stava bene, le mie sorelle l’avevano curato. Il giorno dopo i Pirati Carini si svegliarono e dal loro bunker si sentivano le cose che ci urlavano dietro, anzi non si sentivano perché erano imbavagliati.
La grande nevicata
Venne una nevicata, ma
una di quelle nevicate da far paura. Era il ventiquattro di dicembre,
la vigilia di Natale, eravamo tutti in casa, con il camino acceso, la
nonna lavorava ai ferri, la mamma e il papà leggevano libri, io …
non lo so, Laura, mia sorella maggiore di vent’anni giocava con
Meggy e il mio fratellino al trenino, mio fratello grande studiava. Il nonno fumava la pipa alla finestra della cucina, e l’albero
illuminava la sala, insieme ad una calda luce di piantana. Alla porta
suonarono i nonni materni, erano con le pellicce e i regali in mano.
Avrebbero passato lì la notte, il nonno aveva dei grandi occhiali
quadrati, trasparenti. La nonna con rossetto e perle al collo. Il
nonno è un cacciatore, Aro è il suo cane, quando va a caccia lo prende,
altrimenti rimane col gruppo. Non vedevo l’ora che fosse il
venticinque per spacchettare i regali. Quel giorno uscii fuori, a
giocare con mia sorella grande. Nella neve rannicchiato, trovammo uno
scoiattolo. Lo portammo in casa al caldo. Era vivo ma soffriva. Mamma
gli cucì un cappellino e nonna un maglione. Lo mettemmo nel letto
delle bambole vicino al camino, lo sfamammo con frutta secca
che avevamo in casa. Era bellissimo, appena si riprese un po’,
cominciò a correre per la casa e saltare sui lampadari. Per paura
che si infilasse nel camino, prendemmo le poltrone e gli facemmo un
recinto, visto che sul tessuto non si riusciva ad arrampicare. Lo
chiamammo Mercury. Avrà avuto pochi mesi ed era piccolino, per età e dimensioni, lo chiamammo Mercury Jr.
sabato 14 settembre 2013
La scimmia
La notizia si era
sparsa dappertutto, per tutto il paese. Lo zoo aveva acquistato una
scimmia. Non potevamo non andarla a vedere, così pagammo l’ingresso
ed entrammo. La scimmia era dietro ad un vetro insieme a un sacco di
vegetalie.Lei però era lì triste che scimmiottava esercizi per il
pubblico. La vedavamo era molto infelice. Alle cinque e mezzo di
pomeriggio, decidemmo con il sole in faccia, di liberare la povera
scimmia. Il piano sarebbe stato messo in atto il giorno seguente alle
ventidue. La mattina dopo andammo a fare la spesa per la spedizione.
Comprammo delle graffette, dei coltellini svizzeri, delle torce e
tute mimetiche. La giornata passò in fretta, parlando e discutendo
sul come agire. Entrammo allo zoo, poi aspettammo l’ora di chiusura
legati con delle corde ai soffitti del bagno. Subito dopo la chiusura
dello zoo scendemmo e aprimmo usando settantatre graffette la porta
della scimmia. Era lì così, seduta triste. La mettemmo dentro un
sacco. Con i coltellini ci facevamo spazio in mezzo alla vegetazione.
La portammo nel nostro bunker. La liberammo in una gabbietta larga e
alta. Cominciammo a saldare dei pezzi per fare una gabbia enorme e
all’aperto. Ci mettemmo quarant’otto ore. Gli piantammo dentro
veri alberi e vere piante. Avevamo fatto anche un ruscello e la
liberammo lì. Nessuno doveva saperlo. Ora giocava e saltava da un
albero all’altro, quasi dimenticando di essere addestrata. La
chiamammo Yuppy.
mercoledì 11 settembre 2013
Il test
Un gruppo scienziati
della città decise di fare un test ai Grandi Rega. Ci rinchiusero
dentro ad una stanza e noi dovevamo mantenere la calma. Il test
sarebbe durato un giorno e loro non potevano aprire la porta se non
con il timer che ormai era stato puntato. Dovevamo stare dentro una
stanza di gomma per ventiquattro ore, a me pareva una stronzata
galattica, ma era il giusto modo per annoiarsi. Matti tirò fuori una
pallina dalla tasca e si mise a palleggiare. Io avevo uno yoyo e
facevamo a turno ad usarlo. Dopo tre ore di yoyo e palline ci
mettemmo a dormire per cinque ore. Al risveglio eravamo troppo
annoiati e cominciammo a cercare una via di uscita. Ci arrampicammo
sul soffitto per cercare qualcosa, un condotto. Niente. Dopo due ore
di tentativi falliti cominciammo a discutere. Smettemmo
subito. Cantammo canzoni, facemmo partite di calcio. Ma la noia
cominciava a diffondersi. Richi camminando inciampò sulla gamba di
Pie sbattendo contro la porta che si aprì. Uscimmo dalla porta e
scappammo via. Purtroppo gli scienziati se ne accorsero e saltarono
sopra le loro macchine e moto e ci rincorsero. Noi corremmo per un
po’ a piedi, poi prendemmo le nostre vespe e via. Scappammo
lontano, lontanissimo sempre più in là senza fermarci. Arrivammo al
bunker pieni di polvere tranne Pie che era il primo della fila. Per
la città ora c’erano i cartelli con la scritta ricercati e le
nostre facce. Per un mese abbiamo girato travestiti da cantanti rock.
venerdì 30 agosto 2013
IL COLPO DI FORTUNA
Voglio dire, che culo bisogna avere per incontrare la fortuna. Beh noi ne avevamo, ma non più soldi. Cavolo ci pensate ragazzi quanti soldi abbiamo fatto con le nostre invenzioni? Ma noi non ci accontentavamo. Simo si era iscritto ad un incontro di pugilato del paese. Lo stavamo allenando per farlo diventare fortissimo, come Roky. Si allenava tutti i giorni quattro ore al giorno. Io lo incitavo dicendogli “Più forte colpisci così bravo” e Frenci dall’altra parte lo demoralizzava “Ciccionazzo colpisci più forte, merdaccia!” in questo modo non era demoralizzato ma solo spinto a obbiettivi più alti. Matti era il coach e Francobollo il vice. Richi il preparatore atletico mentre Pie si tingeva di biondo le sopracciglia allo specchio. Purtroppo per Simo durante una gara con i carretti, cadde e si ruppe le braccia. Prese anche un infezione e all’ospedale gli dissero che se non si curava... rischiava l’amputazione. Alla fine si rimise in fretta, in tempo per combattere l’incontro e vincerlo. O almeno così si narra in paese, visto che io e gli altri eravamo a casa acausa di un virus per aver bevuto acqua non potabile. Ma sapete in paese dicono che l’acqua delle pozzanghere non fa male.
domenica 25 agosto 2013
LA FABBRICA
Cioccolato e patatine. Cosa c’è di meglio? Assolutamente niente. Troppo buoni. Eravamo polleggiati quando a Simo venne un idea. Costruiamo una fabbrica di cioccolato e patatine. La CHOCOCHIPS. Facemmo fare a Giovanni un enorme fabbrica tutta in legno. La costruì lunga cinquanta metri e larga trenta. Tutta in legno fatta in due giorni. Mettemmo dentro macchine per patatine e per cioccolato. Io progettai le confezioni,forma dei pacchetti e decorazioni della carta, comprammo anche due macchine per realizzarli in serie. Cominciammo la fabbricazione. Ne vennero fuori a centinaia. Un po’ ne distribuimmo ai vari supermercati. I postini erano Richi, Pie e Frenci. I più veloci. Ne vendevamo anche a domicilio e nella nostra fabbrica. L’odore era meraviglioso. Avevamo fatto soldi a palate; così comprammo due elefanti e quattro leoni. Li portammo dentro due gabbie di ferro alte e bellissime. Vedavamo ,però, che gli animali non stavano bene e decidemmo di riportarli in Africa. Giovanni guidava il camion. Arrivammo in Africa dopo settimane di viaggio. Una volta nella savana, liberammo gli animali. Correvano molto più felici e verso un futuro migliore. Tornammo a casa in aereo. Gli affari andavano avanti ma noi non ci stavamo dietro e vendemmo la cioccolata a un certo Ferrero e le patatine al signor Pringles.
venerdì 23 agosto 2013
LA CENA
Oggi a casa sono venuti a trovarci gli zii di papà, con i vari cugini. Più o meno eravamo una cinquantina. Lo zio è alto ma non troppo, grosso e baffuto. Mancherebbe solo la Pimpa e sarebbe Armando. La zia è magra alta e maratoneta. Con loro c’erano tutti i cugini, i figli dei cugini, e i figli dei figli dei cugini. La cosa divertentissima è stata che la zia aveva pensato al vino, purtroppo però non aveva pensato a guardare quanto fosse piena la bottiglia. Infatti delle sette bottiglie che ha portato, tutte erano rimaste con il fondo fondissimo, era rimasto solo un goccio di vino, che io ho scolato da tutte le bottiglie. Una delle fidanzate dei cugini lavora ai mercatini con collane bracciali e orecchini. Lei è un espositore vivente. Era piena di orecchini, otto in ogni orecchio, bracciali fino al gomito e tante collane che gli imbottivano la testa. C’è un cugino attore bravissimo, ma non sai mai se credergli o meno. Purtroppo mancava il cugino sub, lui lo insegna ai ragazzi o agli adulti, fa un po’ l’esploratore della natura e si trovava nel mar Rosso. Di lui si narrano avventure eccezzionali … si dice che abbia incontrato uno squalo in una delle sue spedizioni e che sia sopravvissuto grazie ad un alga avvelenata che lo squalo aveva mangiato prima di ingoiarlo. Questa però è una storia che raccontò l’attore, per cui … Tra la gente c’era anche Massimo, il cugino di mamma, che non si sa cosa ci facesse lì. È un tipo simpaticissimo, che quando ti parla guarda verso l’infinito.
mercoledì 21 agosto 2013
LA LUNA
Decidemmo di andare sulla luna. Si noi lo volevamo fare, dovevamo partire per la luna. Sarebbe stata una memorabile impresa, volevamo entrare nella storia. Cominciammo a costruire un razzo abbastanza grande da contenere otto persone. Con l’aiuto di Giovanni finimmo in un pomeriggio. Esausti e sudati. Ora mancava il motore. Assemblammo un motore a scoppio potentissimo. Poteva tirar su mezzo pianeta. Mancavano le tute. Quelle le rubammo alla scuola di sub della città, insieme a trentadue bombole di ossigeno. La sera tardi, eravamo pronti a partire. Salutammo le famiglie, e sotto gli occhi di tutto il paese salimmo sulla navicella. Qualcuno sghignazzava, altri applaudivano, altri ancora non volevano guardare e pregavano. Appena saliti ci fu un attimo di silenzio, poi Francobollo disse solo “Guido io fratelli” e si mise alla guida. Il conto alla rovescia ci fece tremare poi via. Un rumore fortissimo e il decollo. Eravamo tutti fermi, legati con le nostre cinture. Poco dopo un altro rumore. Pregavamo che non fosse il motore, avevamo infatti sorpassato l’atmosfera. Ma cosa ci facevamo al di la dei confini umani con delle tute da sub, ve lo assicuro non lo sapevo. Ma era incredibile. Francobollo attaccò alla radio che avevamo dietro i Beatles per farci rilassare. Durammo altri dieci giorni di viaggio. Poi l’atterraggio ci svegliò. Pronti a mettere il piede sulla luna. Decidemmo di scendere tutti insieme. Così facemmo. Mettemmo il piede sulla luna. Poi ecco che la canzone finisce. Imagine.
martedì 20 agosto 2013
LO SPACCON'
L’altro giorno in pizzeria, abbiamo visto un tale che è entrato, ha sparato al soffitto, ha fottuto la cassa ed è uscito. Uno che ha scolato otto birre e tre caffè corretti poi è uscito senza pagare. Una coppia di ragazzi francesi hanno picchiato uno con una baguette e sono usciti. Una dog sitter che ha fatto cagare i cani nel salone ed è uscita. Uno che ha sputato sulla pizza, un ubriaco un imbecille che beveva, uno lasciato dalla moglie scatafottuto nella pizza, una borsa di lana che prendeva fuoco, un gatto che veniva bollito, un cane leccava gli avanzi, gli spaghetti che pendevano dal soffitto, cantanti alla deriva, drogati e spacciatori. Mamme e figli tranquilli, immigrati, calciatori, rugbisti, pallavoliste appena uscite dallo spogliatoio, pecore, vespe api perle di saggezza, pappe, catrame e coltelli. Uscimmo e ci rendemmo conto che avevano sostituito la scritta pizzeria con Welcome to the Manicomio.
sabato 17 agosto 2013
BEATLES and BOB
Non c’è niente di meglio che ascoltare i Beatles nei pomeriggi stesi sotto un albero, e amare Bob Marley quando piove, quando la malinconia si infonde e lui diventa un raggio di sole. Non c’è veramente nulla da dire, loro sono i nostri miti, i grandi. I pomeriggi che non combinavamo cose pericolose, cantavamo Hey Jude alla casa di riposo. Era uno spettacolo. Noi li abbiamo ascoltati bene, e visti a fine carriera. Ma la gente che era lì, molto più grande di noi e degli Scarafaggi sono sicuro che non poteva non aver ascoltato almeno una canzone di quei quattro inglesi che spopolavano nel mondo. Poi c’era il nostro cantante, quello che consideravamo attuale, il grande e scuro giamaicano. Cercavamo di far entrare in testa a quei signori la sua musica, e forse ce la stavamo facendo. Avevamo attaccato due grandi poster nell’entrata. La gente lo apprezzava. Decidemmo così tutti insieme di fondare un club, un centro musica. Il nonno di Pie, Giovanni, ci costruì una casetta a cento metri dal bunker, lo arredammo stile … meraviglia, stile tempio. Con tutti i dischi dei genitori e le luci basse. La nonna di Pie è una parrucchiera e ci diede dei caschi per capelli rotti. Noi facemmo un impianto, in modo che la musica finisse lì dentro. Era un effetto meravigliosissimo, come lo definisce mio zio Dedde. Avevamo fatto un capolavoro. Ovviamente tutti i caschi erano colorati e in ognuno si ascoltava la stessa canzone dello stesso disco. La nostra MusicHouse ebbe un successone. La gente si trovava lì e si divertiva. Let it be bello.
lunedì 12 agosto 2013
COCCODRILLI
Certo, è impossibile trovare coccodrilli dove viviamo. Ma chissà se invece … visto che vicino al Bunker scorre un fiume di meravigliosa acqua cristallina...abbiamo deciso di creare un coccodrillo. Ma qual'è l’animale più vicino al coccodrillo? La lucertola. Abbiamo cercato due lucertole. Al maschio gli abbiamo prelevato una dose di DNA poi l’abbiamo liberato. Purtroppo per creare un coccodrillo serviva anche il DNA di un Piranha. Lo cercammo nel laghetto, ne trovammo uno e anche a lui prelevammo del DNA mischiammo il sangue dei due dentro al corpo della seconda lucertola femmina. Aspettammo tre o quattro giorni e finalmente le uova che la lucertola Minata, come l’avevamo chiamata, si schiusero. Ecco che nacquero otto coccodrilli. Mattia li prese e li portò in acqua, dove aveva costruito una recinzione di vetro per tenere dentro i cuccioli. Erano bellissimi ed erano anche uno spettacolo che tutti dovevano vedere. Invitammo un sacco di persone per vedere i piccoli coccodrilli. Purtroppo, tra la gente c’era uno dei Pirati Carini. Rubò gli otto coccodrilli. Facemmo andare tutti via e noi attaccammo i Pirati Carini con tutte le nostre attrezzature da guerra. Attaccammo i Pirati Carini e trovammo il covo dove tenevano tutti gli animali. C’era anche una cucciolotta di Golden Retriver. Prendemmo anche lei e tornammo al bunker. La chiamammo Arya. I coccodrilli rimasero tranquilli nella loro gabbia e li cibammo con delle rane vive. Uno spettacolo.
Iscriviti a:
Post (Atom)