lunedì 2 dicembre 2013

INSENSATI PENSIERI


Da tempo circolano notizie sugli alieni, ci sono stati avvistamenti in tutto il mondo e noi li dovevamo cacciare.
Il piano era semplice ed efficace.
Costruzione di una macchina volante velocissima.
La costruimmo assemblando carretti in legno e rotelle prese ovunque. Giraffe conigli e martelli.
Bevemmo della robaccia ultra alcolica e stiamo ancora male.
Bottiglie rotte sotto ai piedi , mangiammo CD di Madonna.
Rompemmo pezzi meccanici e cuori.
Frecce per soffrire un altro giorno, un giorno di troppo per avere qualcuno da uccidere.
Diavolo in inferno e Dio in paradiso si scambiarono, mentre pioggia corrosiva ci divorava le teste spaccate in due.
Palloni ovali cadevano dentro di noi e ci restavano.
Mentre tatuatori pagati una follia ci scrivevano frasi di guerra sui nostri volti di cadaveri e insanguinati.
E qualche fottutissimo bastardo guardava da un mirino solo per uccidere angeli già morti.
Libri e storie bruciate, troppi morti e troppi colpevoli.
Il contrario non esisteva perché tutto era giusto e sbagliato allo stesso modo.
Fragole rosse e ciliegie componevano il piatto che avremmo servito per quel magico mort'anniversario.

venerdì 22 novembre 2013

GILLES

Oggi c'è il gran premio di Spagna, ci siamo ritrovati tutti al bunker, tra torte, cioccolato, hamburger patatine e frappè. Come da dovere, oggi noi vediamo solo una cosa, la Ferrari. Via ad un gran premio emozionante, il telecronista diceva “Partiti, comincia il gran premio di Spagna, Villeneuve parte benissimo” Al primo giro. Al quindicesimo...
“E villeneuve conduce la gara in prima posizione, ma attaccati al suo scarico si trovano Laffite e Reutemann, un po più staccati, gli altri pretendenti”.
Al trentesimo “Villeneuve è primo, solo grazie alla sua concretezza e alla velocità superiore di una Ferrari meravigliosa in rettilineo”
al sessantacinquesimo... “Un solo dannatissimo giro, Signore salvami se sto esplodendo, voglio non credere che sia possibile, mi rifiuto, una Ferrari contestata, un Villeneuve amato e odiato, ma che ti fa sempre restare in tensione, fino all'ultimo giro porco diavolo, ed è lui il campione è lui che trionfa in Spagna!!!”
E noi in piedi, con gli occhi incollati alla tv.... poi eccolo tagliare il traguardo, uno scatto da felini, tra le urla, gli abbracci e i sogni di un mondiale... Villeneuve.
Il cibo era ancora lì, non l'avevamo toccato.

martedì 12 novembre 2013

OSSA ROTTE


L’aereo era bello, ma dovevamo riuscire a volare, a volare senza alcun tipo di motore. Leonardo l’aveva già inventato, ma noi volevamo volare sugli uccelli. Da giorni nei giornali si parlava di questa strana specie di volatili simili a draghi, si trovavano sulla costa del Mavarestend, uno stato a nord della Pianchinet che a sua volta si trova a est dei Piopilui. La cosa ci stuzzicava molto. Comprammo dei Chopper tutti colorati, caricammo su reti, fucili, un po’ di gorgonzola e Pietro anche la tinta bionda. Viaggiammo per migliaia di chilometri su strade sperdute in Danimarca. Dopo ben tre mesi di viaggio intenso, ci trovammo nel posto che volevamo, Mavarestend. Un insieme di colore accesi e diversi di piante e di animali. Ci avventurammo all’interno della foresta, senza timore di nulla. Ci piazzammo in una vallata. Piantammo le tende e accendemmo un fuoco. Anzi non è vero, noi non lo accendemmo, al contrario di ciò che dicono in tutti i libri. Quel giorno era davvero caldissimo. Un deficiente avrebbe acceso un fuoco. Stabilimmo chi faceva  i turni di guardia. I fucili erano carichi e sistemammo anche i richiami. Matti e Francobollo rimasero alle tende, io e Frenci a cercare gli animali e Simo con tutti gli altri a cercare l’acqua che avevamo dimenticato a casa. Camminammo chilometri e finalmente … ecco i famosi Zitorex, uccellacci altissimi e con un lungo collo, ali bellissime, tutte gialle e verdi. Prendemmo le corde e li legammo agli alberi, chiamammo tutti gli altri e ne immobilizzammo otto. Con  una fatica atroce, li trascinammo all’accampamento, cominciammo ad addestrarli, dopo due giorni,erano bravissimi, tanto che si inchinavano quando passavi. Con delle radici lunghe sei sette metri, costruimmo delle briglie. Il primo a volare fu Matti. Partì elocissimo, fece un giretto e tornò a terra. Partimmo tutti. Partimmo per quell’enorme cielo azzurro a sinistra, e scuro a destra. C’e l’ avevamo fatta. Purtroppo, nell’atterraggio … uno scontro forte tra il mio e quello di Francobollo, e tutti giù per terra, doloranti e con tante ossa rotte.

sabato 2 novembre 2013

SPAPPOLAMANTO DI BUDELLA FINTE

Parlando di cose insensate,schifezze brodo freddo e fagioli,carote lesse pollo ossa cartilagine cuore sangue sale pepe merda di maiale, capelli neri e biondi parrucche occhiali vetri finestre e palazzi distrutti china pennini tappeti letti e cuscini motorini macchine da corsa pistole pallottole caschi rotelle cervella e cervelli nuvoloso cielo sole pioggia neve slitte cani erba denti teste trucchi istruzioni nasi disegni alberi cespugli palloni reti pali ovali e ovale racchette e cento duecento e trecento. Alla fine del conto delle cose che avevamo gia fatto pensammo che era troppo presto per fermarci, così continuammo a contare tutto finchè non ci addormentammo sul piatto di noccioline che oguno aveva davanti a se. Il sole sugli occhi ci svegliò verso le sei. Insieme cucinammo dieci piatti tutti diversi e raffinatissimi. Raccogliemmo nel giardino dei fiori rosa e li mettemmo in una vaso, poi rompemmo il vaso. Ci dipingemmo le facce di rosso e bianco, poi ci mettemmo tanti, anzi tutti i bracciali che avevamo e comprammo dei ragni assassini. Ci tuffammo in una piscina di fango e qualche finta buddella si spappolò.


giovedì 24 ottobre 2013

PARLANDO COI CANI

Certo che quando la notte ti sdrai a guardare il cielo, ti accorgi che le stelle sono davvero tante. Per quello ti piace, ti senti un Dio. Ormai i nostri miti erano svaniti, non c'erano più e questo ci faceva cadere qualche lacrima dal viso, sporco di polvere e di carbone, che nelle sere di settembre usavamo per accendere il fuoco. Pure il giradischi si era rotto, non sapevamo più ascoltare. Quella notte stavamo giocando a carte. Ogni tanto qualcuno tossiva, ma non una, non una parola. Le avevamo finite. Non sapevamo più neanche parlare. L'ambiente era calmo e tranquillo, nel cortile si stava bene, i gufi accompagnavano i grilli, ma nessuno la luna. Pietro era appena tornato, era andato a comprare della tinta bionda, proprio come il suo colore naturale, ogni tanto la dava sui gatti che passavano e ogni tanto sulle sua sopracciglia. Richi cadde dalla seggiola, ma niente, neanche un sorriso o una risata. Continuavamo a giocare con i nostri re e le nostre regine, coloro che ormai per noi non c'erano più. Non ci importava più essere ricchi, ormai eravamo vuoti dentro. Ma son proprio quelle le notti in cui se senti abbaiare devi tacere ed ascoltare, e noi decidemmo di farlo. I cani della città ci parlavano , ci raccontavano la loro vita, noi capimmo che qualcuno canticchiava, qualcosa che forse c'era appartenuto. Ma non era un caso, non era un caso che in quella notte la luna diventò più grande e più bianca. Eravamo tornati ad ascoltare.

un omaggio

lunedì 21 ottobre 2013

Il nostro volo

Lo sapevamo che prima o poi si sarebbe spenta, si sarebbe spenta la Giamaica intera. Perché oggi, e ricordo solo questa data, undici maggio è successo ciò che ha occupato le prime pagine di tutti i giornali. Oggi è morto colui che pregava cantando e che ci aveva fatto ballare. Il funerale sarebbe avvenuto per il ventuno e noi il ventuno dovevamo essere in Giamaica. Il paese non sembrava scosso dall'avvenimento, ma noi avevamo un mito in meno e un qualcosa per cui non parlare tutto il giorno. Solo il giorno dopo cominciammo a parlare. Parlammo di come saremmo potuti arrivare in Giamaica. Tirammo fuori il nostro aereo dal capanno. Erano anni che non lo usavamo. Decidemmo di decorarlo. Cominciammo a dipingere un lato con i colori Giamaicani, che Matti aveva procurato. L'altro lato lo dedicammo a Bob e gli facemmo un grandissimo ritratto in bianco e nero. Attaccammo alla coda uno striscione con scritto in grande tutti i titoli delle sue canzoni e dei piagnoni. La decorazione finì il diciotto, caricammo i bagagli ed eravamo pronti a prendere il volo. Avrei guidato io. Purtroppo avevamo dimenticato che era un aereo a due posti. Fu un brutto momento. Allora lasciammo a casa tutti i bagagli e ci posizionammo nei sedili stretti come la vite nella tenaglia o come il toast nella piastra. Quella spedizione aveva senso come l'anatra che era allo stagno e andò a casa a bere. Accendemmo i motori, se c'erano ingranammo le marce e via partiti. Ci trovavamo già molto in alto dopo pochi secondi. La nostra scritta sventolava al vento e continuammo il viaggio per molte ore. Avevamo una gran fame e una gran sete ma non avevamo niente da mangiare, Francobollo sparò con la pistola,di cui nessuno sapeva l'esistenza ad un uccello, non so che razza, lo pulì con il coltellino e lo cucinò nel motore. Purtroppo il sapore della benzina c'aveva fatto venire una tale sete da pensare di buttarci in mare, ma le cose non si sarebbero sistemate. Erano le nove del mattino, i miei compagni si erano appena svegliati. Avevamo davanti a noi ancora due giorni di viaggio. Purtroppo però l'aereo si... ruppe. Ci schiantammo in mezzo alla campagna di non so quale paese.
Lo schianto fu tremendo ma noi non ci facemmo niente. Ora cosa potevamo fare. Probabilmente eravamo già negli Stati Uniti. Non ci restava che camminare. Camminammo alla ricerca di una città per cinque ore e finalmente la trovammo. C'erano degli esseri umani, ed era buon segno. Vedemmo un furgone fermo, la scritta sbiadita sul lato destro era Giamaica e ci venne una folle idea, legarci al furgone e farci trasportare fino là. Andammo a comprare o meglio barattare con quello che avevamo in tasca, delle slitte e delle corde. Legammo le slitte alle corde e le corde al furgone. Prendemmo da un campo della verdura e in rosticceria rubammo un pollo. Prendemmo dell'acqua in un pozzo e ci sedemmo sulle slitte, pronti a partire. Aspettammo un ora e il proprietario del furgone partì. Cominciammo mangiare e bere. Eravamo sporchi e un po' tagliati, ma noi andavamo avanti. Non so quanto dormimmo, ma ci ritrovammo in Giamaica il giorno dopo... credo. Era strano perché avevo calcolato che ci fosse l'acqua in mezzo. Ci alzammo dalle slitte ormai incandescenti e chiedemmo ad alcuni ragazzi che passavano, con il poco inglese che spiccicavamo dove si celebrava il funerale di Bob. Ci dissero di seguirli e così facemmo. Una folla di gente avvolgeva la sua bara, le urla e le sue canzoni cantate dal popolo. Seguimmo la folla per dei chilometri, stavamo cambiando come modo di vivere, tanto che ci togliemmo le scarpe. Ci piaceva come facevano i funerali lì. Dopo la sepoltura, la folla si distese e si sciolse, ora la città era come deserta. Comprammo tutti i dischi che i negozi vendevano, i cappelli locali, ci facemmo i capelli rasta e cercammo di abbronzarci il più possibile. Per la sera ci mettemmo a dormire in una vecchia casa abbandonata in cima alla collina, e mentre mi stavo addormentano, dalla finestra non potei non notare il nostro aereo che passava. La casa mi ricordava molto un altro posto...


giovedì 17 ottobre 2013

Le origini

Quel giorno eravamo andati a fare un giro in montagna, tutti insieme. Eravamo scalzi e con solo i nostri coltelli che avevamo legato in vita con una corda. Con noi c’erano tutti i cani, anche i più piccoli. Ogni tanto dovevamo farli sgambare nel verde naturale. Raggiungemmo un altopiano con una cascata e posteggiammo lì. Ci stendemmo nel prato e cominciammo a mangiare. Avevamo portato la radio ma là su non funzionava. Decidemmo di fare il bagno, Kiss bevve tre litri d’acqua e lo dovemmo far sputare tutto a suon di botte nello stomaco. Arya si rotolava nella terra, Aro cercava di prendere qualche uccello e Daria invece giocava con noi e dopo il bagno si stese con noi sul prato verde. Era un incrocio tra un pastore tedesco e un setter. Era davvero bellissima e non esageratamente grande. Cominciammo a discutere sul fatto di come fosse arrivata ai miei zii. Uno viveva di fronte a casa mia e l’altro sopra con i nonni. Le ipotesi erano tante: abbandonata in autostrada, trovata nel pattume, era un alieno sceso dallo spazio per spiarci … ma io, io lo sapevo come mai era arrivata fino ai miei zii. MA quel giorno decisi ti tacere. Era arrivata per il fatto che la mia bis nonna voleva un cane, i miei zii gliela regalarono e venne trattata come una figlia, poi la bis nonna non fu più in grado di accudirla e passò ai miei zii. Loro avevano scelto lei perché quando una vecchia signora li regalava, lei fu l’ultima ad andargli incontro ma quella che gli fece più festa. Quel giorno era con noi e canticchiava anche lei Buffalo Solidier.

La maledizione

Erano le undici di notte e quella notte la passavamo nel bunker. Avevamo acceso il camino mentre i cani e gli animali più piccoli erano in casa. Intanto la pioggia batteva costantemente sul tetto. Noi ci raccontavamo storie di paura, ma non erano storielle per bimbi piccoli erano veri e propri horror. Certo avevamo paura, ma ogni tanto scappava una battuta e una risata. Sentimmo dei rumori venire dal giardino poi sempre più insistenti. Noi non avevamo animali feroci e i nostri pensieri furono subito spaventosi e terribili. Prendemmo di corsa i fucili a palline e i coltellini veri. Io presi anche due cartucce vere. Corremmo fuori nel giardino. Gli animali erano agitati e la pioggia si trasformò in grandine. Una bestia ci attaccò. Cademmo nel fango ci rotolammo ci graffio, noi sparavamo senza pietà. Corremmo dietro il bunker altri rumori e graffi io venni colpito e volai dieci metri. Misi le cartucce vere e sparai. A quel punto rumore sordo e una bestia cadde e morì. La lasciammo lì e rientrammo. L’avremmo analizzata il mattino dopo, ma sembrava davvero grande. Alle cinque con uno sprazzo di luce uscimmo. La bestia morta era l’incrocio del piranha con la lucertola. Avevamo sbagliato qualcosa ed era diventata una bestia enorme e feroce. Purtroppo erano rimasti ancora liberi sette mostri. Era iniziata la caccia grossa. Cucimmo delle divise da caccia, armammo i cannoni e i fucili. Gli aspettammo e sparammo contro tutti loro. Fu una battaglia dura ma ce la facemmo. Vincemmo la guerra con qualche ferita, con la mano destra stringevamo il braccio sinistro che era caduto e con i piedi mandavamo avanti carriola con dentro la mano destra. Ma tutto sommato stavamo bene.

mercoledì 2 ottobre 2013

L’ingordo

Quel giorno Matti era un po’ addormentato, steso sul divano, stanco e pieno, con la pancia che era cresciuta di cinque volte.
“Cos’hai mangiato?” chiese Pie a Matti.
“Solo un panino.... più uno....quattordici cioccolate in tazza e quattro sacchetti di cioccolatini. Dodici porzioni di patatine fritte, diciassette piatti di pasta e tredici fiorentine. Sette toscani , trenta porzioni di pinzimonio, padelle e pentole di cappelletti, tortelloni, tagliatelle e gramigna. Cinghiale con patate arrosto, quindici polli, sedici porzioni di lasagne e brodo. Panini con burro e marmellata. Sedici polpette  e crema fritta“.
Pie gli chiese per quale occasione e Matti rispose:
“Per il compleanno di mio nonno”
“Ma non è diabetico?”
“Sì ma gli abbiamo fatto milletrecentoquaranta di insulina”.
Non so perchè ma  mi venne un idea, preparare un banchetto, con cibo finto, tutto in resina.
Facemmo gli stampi e colammo la resina. Colorammo tutte le torte e i vari oggetti. Li portammo in un tavolo in piazza e scrivemmo che era tutto gratuito.
Quando la gente cominciò a mangiare il cibo ovviamente si arrabbiò molto
Alcuni  presero torce e forconi e sebbene con il sorriso in faccia ci davano la caccia.
Correvamo in mezzo alla campagna ma poi ci presero tutti.
Ci legarono e cominciarono a bagnarci di acqua mentre ci spingevano del cioccolato con panna nella bocca.
Una nottataccia.
La mattina seguente scoprimmo che la vendetta era stata organizzata dal pasticcere,il quale si era rotto tutti i denti e non avrebbe più potuto assaggiare i suoi pasticcini.
Ci avevano spruzzato panna rancida in bocca.
Vomitammo tutto quello che avevamo in corpo, ora eravamo pronti a sfilare per fare i modelli.
Ci dirigemmo da un certo Armani...

venerdì 27 settembre 2013

La riconquista

Purtroppo la polizia ci ha rovinato. Sì rovinati del tutto. Ci ha confiscato il bunker e tutti gli oggetti È arrivata con un mandato da parte del sindaco. Ci hanno cacciato via e portato tutta la roba non so dove. Effettivamente, osservando bene una vecchia foto del sindaco era uguale al capo dei Pirati Carini. Ormai però non ci potevamo più far niente. Erri faceva da pastore agli animali. Quelli venivano con noi. Camminavamo con gli occhi bassi  verso la foresta che circonda la città. Trovammo una pianura dove facemmo correre gli animali. Era la fine. Decidemmo che ci saremmo sciolti dopo quella giornata. Avremmo portato gli animali allo zoo e non ci saremmo visti mai più. La radio andava in quel triste pomeriggio, dove un certo Jackson cantava una canzone  "Thriller"... Non avevamo voglia di giocare e di fare niente. Ormai era troppo tardi. Non saremmo più riusciti ad entrare dentro quella vecchia casa … arrivò da me la scimmia, Yuppi e mi portò delle cartine. Erano quelle del nostro passaggio sotterraneo. Forse avevamo trovato la nostra soluzione. Aprimmo la botola che portava al tunnel. Facemmo entrare gli animali e poi noi. L’avevamo attrezzato con lampade ad olio e pistole a pallini. Camminammo per tre chilometri e finalmente arrivammo alla scala che ci permetteva di uscire e di arrivare dentro casa. I mobili erano ancora tutti dentro, insieme ai Pirati Carini. Era stato un loro piano. Non esisteva nessun mandato e nessuna polizia. Sparammo con le armi e lì mandammo via. Eravamo tornati nel nostro bunker. Era stata la riconquista di Jackson.

sabato 21 settembre 2013

Il piccolo acrobata

Lo scoiattolino che trovai in mezzo alla nevicata, lo portammo al bunker, gli costruimmo una gabbia dentro ad un armadio, con un grande tronco dentro, e senza ante. Gli mettemmo una rete da conigli, uno squarcio nella rete apri e chiudi per farlo uscire. Noi gli insegnammo a saltare da un albero all’altro e tornare indietro. Era diventato fortissimo. Un piccolo atleta. Decidemmo così di fare uno spettacolo. Facemmo stendere il pubblico per terra con i binocoli per vedere in alto e in basso. Costruimmo un percorso, tutti alberini piccoli e cerchi. Mercury Jr correva veloce quanto saltava, fu dato il via e lui partì come una scheggia, si dondolava sui rami. Saltò dentro i cerchi ma purtroppo, qualcuno aveva acceso un cerchio ed era infiammato. Mercury non ci pensò e prese fuoco. Lo spettacolo venne interrotto e la folla si gettò su Mercury, spegnemmo le fiamme, si stava contorcendo dal dolore. In qul momento vidi allontanarsi uno dei Pirati Carini. Pensai allo scoiattolo, lo spalmammo di pomata e lo portammo in casa, Lo stendemmo sul letto. Il pelo era tutto nero e bruciato. Ma sembrava stare meglio.
Ora i Pirati Carini avevano sorpassato il limite. Presi il fucile a sonniferi. Corsi con gli altri alla tana dei Pirati Carini. Era notte e ci illuminavamo il viaggio con fiaccole e torce. Entrammo nel bunker e senza pietà sparammo i sonniferi. Li addormentammo tutti e li imbavagliammo e legammo. Tornammo a casa e il piccolo Mercury Jr stava bene, le mie sorelle l’avevano curato. Il giorno dopo i Pirati Carini si svegliarono e dal loro bunker si sentivano le cose che ci urlavano dietro, anzi non si sentivano perché erano imbavagliati.

La grande nevicata

Venne una nevicata, ma una di quelle nevicate da far paura. Era il ventiquattro di dicembre, la vigilia di Natale, eravamo tutti in casa, con il camino acceso, la nonna lavorava ai ferri, la mamma e il papà leggevano libri, io … non lo so, Laura, mia sorella maggiore di vent’anni giocava con Meggy e il mio fratellino al trenino, mio fratello grande studiava. Il nonno fumava la pipa alla finestra della cucina, e l’albero illuminava la sala, insieme ad una calda luce di piantana. Alla porta suonarono i nonni materni, erano con le pellicce e i regali in mano. Avrebbero passato lì la notte, il nonno aveva dei grandi occhiali quadrati, trasparenti. La nonna con rossetto e perle al collo. Il nonno è un cacciatore, Aro è il suo cane, quando va a caccia lo prende, altrimenti rimane col gruppo. Non vedevo l’ora che fosse il venticinque per spacchettare i regali. Quel giorno uscii fuori, a giocare con mia sorella grande. Nella neve rannicchiato, trovammo uno scoiattolo. Lo portammo in casa al caldo. Era vivo ma soffriva. Mamma gli cucì un cappellino e nonna un maglione. Lo mettemmo nel letto delle bambole vicino al camino, lo sfamammo con frutta secca che avevamo in casa. Era bellissimo, appena si riprese un po’, cominciò a correre per la casa e saltare sui lampadari. Per paura che si infilasse nel camino, prendemmo le poltrone e gli facemmo un recinto, visto che sul tessuto non si riusciva ad arrampicare. Lo chiamammo Mercury. Avrà avuto pochi mesi ed era piccolino, per età e dimensioni, lo chiamammo Mercury Jr.  

sabato 14 settembre 2013

La scimmia

La notizia si era sparsa dappertutto, per tutto il paese. Lo zoo aveva acquistato una scimmia. Non potevamo non andarla a vedere, così pagammo l’ingresso ed entrammo. La scimmia era dietro ad un vetro insieme a un sacco di vegetalie.Lei però era lì triste che scimmiottava esercizi per il pubblico. La vedavamo era molto infelice. Alle cinque e mezzo di pomeriggio, decidemmo con il sole in faccia, di liberare la povera scimmia. Il piano sarebbe stato messo in atto il giorno seguente alle ventidue. La mattina dopo andammo a fare la spesa per la spedizione. Comprammo delle graffette, dei coltellini svizzeri, delle torce e tute mimetiche. La giornata passò in fretta, parlando e discutendo sul come agire. Entrammo allo zoo, poi aspettammo l’ora di chiusura legati con delle corde ai soffitti del bagno. Subito dopo la chiusura dello zoo scendemmo e aprimmo usando settantatre graffette la porta della scimmia. Era lì così, seduta triste. La mettemmo dentro un sacco. Con i coltellini ci facevamo spazio in mezzo alla vegetazione. La portammo nel nostro bunker. La liberammo in una gabbietta larga e alta. Cominciammo a saldare dei pezzi per fare una gabbia enorme e all’aperto. Ci mettemmo quarant’otto ore. Gli piantammo dentro veri alberi e vere piante. Avevamo fatto anche un ruscello e la liberammo lì. Nessuno doveva saperlo. Ora giocava e saltava da un albero all’altro, quasi dimenticando di essere addestrata. La chiamammo Yuppy.

mercoledì 11 settembre 2013

Il test

Un gruppo scienziati della città decise di fare un test ai Grandi Rega. Ci rinchiusero dentro ad una stanza e noi dovevamo mantenere la calma. Il test sarebbe durato un giorno e loro non potevano aprire la porta se non con il timer che ormai era stato puntato. Dovevamo stare dentro una stanza di gomma per ventiquattro ore, a me pareva una stronzata galattica, ma era il giusto modo per annoiarsi. Matti tirò fuori una pallina dalla tasca e si mise a palleggiare. Io avevo uno yoyo e facevamo a turno ad usarlo. Dopo tre ore di yoyo e palline ci mettemmo a dormire per cinque ore. Al risveglio eravamo troppo annoiati e cominciammo a cercare una via di uscita. Ci arrampicammo sul soffitto per cercare qualcosa, un condotto. Niente. Dopo due ore di tentativi falliti cominciammo a discutere. Smettemmo subito. Cantammo canzoni, facemmo partite di calcio. Ma la noia cominciava a diffondersi. Richi camminando inciampò sulla gamba di Pie sbattendo contro la porta che si aprì. Uscimmo dalla porta e scappammo via. Purtroppo gli scienziati se ne accorsero e saltarono sopra le loro macchine e moto e ci rincorsero. Noi corremmo per un po’ a piedi, poi prendemmo le nostre vespe e via. Scappammo lontano, lontanissimo sempre più in là senza fermarci. Arrivammo al bunker pieni di polvere tranne Pie che era il primo della fila. Per la città ora c’erano i cartelli con la scritta ricercati e le nostre facce. Per un mese abbiamo girato travestiti da cantanti rock.

venerdì 30 agosto 2013

IL COLPO DI FORTUNA


Voglio dire, che culo bisogna avere per incontrare la fortuna. Beh noi ne avevamo, ma non più soldi. Cavolo ci pensate ragazzi quanti soldi abbiamo fatto con le nostre invenzioni? Ma noi non ci accontentavamo. Simo si era iscritto ad un incontro di pugilato del paese. Lo stavamo allenando per farlo diventare fortissimo, come Roky. Si allenava tutti i giorni quattro ore al giorno. Io lo incitavo dicendogli “Più forte colpisci così bravo” e Frenci dall’altra parte lo demoralizzava “Ciccionazzo colpisci più forte, merdaccia!” in questo modo non era demoralizzato ma solo spinto a obbiettivi più alti. Matti era il coach e Francobollo il vice. Richi il preparatore atletico mentre Pie si tingeva di biondo le sopracciglia allo specchio. Purtroppo per Simo durante una gara con i carretti, cadde e si ruppe le braccia.  Prese anche un infezione e all’ospedale gli dissero che se non si curava... rischiava l’amputazione. Alla fine si rimise in fretta, in tempo per combattere l’incontro e vincerlo. O almeno così si narra in paese, visto che io e gli altri eravamo a casa  acausa di un virus per aver bevuto acqua non potabile. Ma sapete in paese dicono che l’acqua delle pozzanghere non fa male.

domenica 25 agosto 2013

LA FABBRICA

Cioccolato e patatine. Cosa c’è di meglio? Assolutamente niente. Troppo buoni. Eravamo polleggiati quando a Simo venne un idea. Costruiamo una fabbrica di cioccolato e patatine. La CHOCOCHIPS. Facemmo fare a Giovanni un enorme fabbrica tutta in legno. La costruì lunga cinquanta metri e larga trenta. Tutta in legno fatta in due giorni. Mettemmo dentro macchine per patatine e per cioccolato. Io progettai le confezioni,forma dei pacchetti e decorazioni della carta, comprammo anche due macchine per realizzarli in serie. Cominciammo la fabbricazione. Ne vennero fuori a centinaia. Un po’ ne distribuimmo ai vari supermercati. I postini erano Richi, Pie e Frenci. I più veloci. Ne vendevamo anche a domicilio e nella nostra fabbrica. L’odore era meraviglioso.  Avevamo fatto soldi a palate; così comprammo due elefanti e quattro leoni. Li portammo  dentro due gabbie di ferro alte e bellissime. Vedavamo ,però, che gli animali non stavano bene e decidemmo di riportarli in Africa.  Giovanni guidava il camion. Arrivammo in Africa dopo settimane di viaggio. Una volta nella savana, liberammo gli animali. Correvano molto più felici e verso un futuro migliore. Tornammo a casa in aereo. Gli affari andavano avanti ma noi non ci stavamo dietro e vendemmo la cioccolata a un certo Ferrero e le patatine al signor Pringles.




venerdì 23 agosto 2013

LA CENA


Oggi a casa sono venuti a trovarci gli zii di papà, con i vari cugini. Più o meno eravamo una cinquantina. Lo zio è alto ma non troppo, grosso e baffuto. Mancherebbe solo la Pimpa e sarebbe Armando. La zia è magra alta e maratoneta. Con loro c’erano tutti  i cugini, i figli dei cugini, e i figli dei figli dei cugini. La cosa divertentissima è stata che la zia aveva pensato al vino, purtroppo però non aveva pensato a guardare quanto fosse piena la bottiglia. Infatti delle sette bottiglie che ha portato, tutte erano rimaste con il fondo fondissimo, era rimasto solo un goccio di vino, che io ho scolato da tutte le bottiglie. Una delle fidanzate  dei cugini lavora ai mercatini con collane bracciali e orecchini. Lei è un espositore vivente. Era piena di orecchini, otto in ogni orecchio, bracciali fino al gomito e tante collane che gli imbottivano la testa. C’è un cugino attore bravissimo, ma non sai mai se credergli o meno. Purtroppo  mancava il cugino sub, lui lo insegna ai ragazzi o agli adulti, fa un po’ l’esploratore della natura e si trovava nel mar Rosso. Di lui si narrano avventure eccezzionali … si dice che abbia incontrato uno squalo in una delle sue spedizioni e che sia sopravvissuto grazie ad un alga avvelenata che lo squalo aveva mangiato prima di ingoiarlo. Questa però è una storia che raccontò l’attore, per cui … Tra la gente c’era anche Massimo, il cugino di mamma, che non si sa cosa ci facesse lì. È un tipo simpaticissimo, che quando ti parla guarda verso l’infinito.

















mercoledì 21 agosto 2013

LA LUNA


Decidemmo di andare sulla luna. Si noi lo volevamo fare, dovevamo partire per la luna. Sarebbe stata una memorabile impresa, volevamo entrare nella storia. Cominciammo a costruire un razzo abbastanza grande da contenere otto persone. Con l’aiuto di Giovanni finimmo in un pomeriggio. Esausti e sudati. Ora mancava il motore. Assemblammo un motore a scoppio potentissimo. Poteva tirar su mezzo pianeta. Mancavano le tute. Quelle le rubammo alla scuola di sub della città, insieme a trentadue  bombole di ossigeno. La sera tardi, eravamo pronti a partire. Salutammo le famiglie, e sotto gli occhi di tutto il paese salimmo sulla navicella. Qualcuno sghignazzava, altri applaudivano, altri ancora non volevano guardare e pregavano. Appena saliti ci fu un attimo di silenzio, poi Francobollo disse solo “Guido io fratelli” e si mise alla guida. Il conto alla rovescia ci fece tremare poi via. Un rumore fortissimo e il decollo. Eravamo tutti fermi, legati con le nostre cinture. Poco dopo un altro rumore. Pregavamo che non fosse il motore, avevamo infatti sorpassato l’atmosfera. Ma cosa ci facevamo al di la dei confini umani con delle tute da sub, ve lo assicuro non lo sapevo. Ma era incredibile. Francobollo attaccò alla radio che avevamo dietro i Beatles per farci rilassare. Durammo altri dieci giorni di viaggio. Poi l’atterraggio ci svegliò. Pronti a mettere il piede sulla luna. Decidemmo di scendere tutti insieme. Così facemmo. Mettemmo il piede sulla luna. Poi ecco che la canzone finisce. Imagine.














martedì 20 agosto 2013

LO SPACCON'


L’altro giorno in pizzeria, abbiamo visto un tale che è entrato, ha sparato al soffitto, ha fottuto la cassa ed è uscito. Uno che ha scolato otto birre e tre caffè corretti poi è uscito senza pagare. Una coppia di ragazzi francesi hanno picchiato uno con una baguette e sono usciti. Una dog sitter che ha fatto cagare i cani nel salone ed è uscita. Uno che ha sputato sulla pizza, un ubriaco un imbecille che beveva, uno lasciato dalla moglie scatafottuto nella pizza, una borsa di lana che prendeva fuoco, un gatto che veniva bollito, un cane leccava gli avanzi, gli spaghetti che pendevano dal soffitto, cantanti alla deriva, drogati e spacciatori. Mamme e figli tranquilli, immigrati, calciatori, rugbisti, pallavoliste appena uscite dallo spogliatoio, pecore, vespe api perle di saggezza, pappe, catrame e coltelli. Uscimmo e ci rendemmo conto che avevano sostituito la scritta pizzeria con Welcome to the Manicomio.